Per questo tempo di Avvento
riproponiamo una riflessione del convegno regionale delle famiglie del 2009;
Il titolo ne spiega ampiamente il motivo

Fedeli tristi o cristiani contenti? Un annuncio di libertà.
Il vero cristiano sa comunicare la gioia.

 


 

Incontro regionale delle Commissioni diocesane di Pastorale Familiare
Oristano, 15 novembre 2009                                                  Relazione di Giuseppina D. e Franco A.

 Fedeli tristi o cristiani contenti? Un annuncio di libertà.
Il vero cristiano sa comunicare la gioia.

 Siamo noi persone normalmente gioiose e serene? Qualcuno potrebbe obiettare “c’è poco da essere allegri in questo mondo”. È vero, ma c’è modo e modo di affrontare i fatti della vita. Un altro potrebbe dire “questo dipende dal proprio carattere: c’è chi ha sempre il muso lungo e chi è capace di sprizzare vitalità e gioia”. Anche questo può essere vero. Oppure: “dipende dalle circostanze e dalle cose che si possiedono…”.

 In ogni caso noi tutti aneliamo alla gioia come un nostro diritto e molti la cercano, anche se solo effimera, in ciò che offre questo mondo.

 Certo è che non sempre quelli che si professano cristiani dimostrano di essere persone capaci di comunicare la vera gioia. Lo scrittore francese Bernanos disse un giorno ai cristiani: “dove diamine nascondete la vostra gioia? Al vedervi vivere come vivete, non si direbbe che a voi e a voi soli sia stata promessa la gioia del Signore!”.

 La gioia vera, serena, profonda, però, e lo dico senza vergogna né reticenza, è uno dei doni che ci può offrire il Signore Gesù seguendolo con fiducia. Egli infatti disse ai suoi discepoli, dopo aver loro insegnato per circa tre anni le cose che riguardano il Regno di Dio: “…Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia dimori  in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv. 15, 11).

 È importante sottolineare come proprio quella “sua gioia” dovrebbe essere la nota predominante della nostra vita. La gioia cristiana la si potrebbe definire un dovere del cristiano, e dovrebbe caratterizzare l’intera nostra vita e condotta.

 È molto interessante l’affermazione di alcuni teologi che dicono che Gesù abbia conservato una pace profonda e l’essenza della gioia anche durante l’ora delle tenebre, nell’Orto Degli Ulivi e sull’alto della croce. Anche quando il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra (Lc. 22,44) e quando con le parole del Salmo 21 gridò forte “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” (Mc. 15,34).

 Egli non sarebbe stato completamente distaccato dalla felicità dell’unione con Dio che invadeva in ogni momento la sua natura umana… Mistero profondo, teologico e psicologico, che ci porta però ad un interrogativo molto complesso per la nostra vita cristiana: si può essere nella gioia quando si è avvolti dal silenzio di Dio?

 Quando una madre credente assiste, pregando, supplicando, alla morte del proprio figlio e Dio non risponde, può resistere un barlume di gioia nel suo cuore?

 Fratelli miei, state lieti nel Signore” dice Paolo in Filippesi 3,1; “Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi” (fil. 4,4). Quel sempre” sembra umanamente irricevibile quando la sofferenza si fa estrema e la speranza cede davanti alla debolezza della fede. San Paolo insiste sulla gioia del cristiano, che i suoi motivi ce li ha e sono indistruttibili.

 Paolo parla di una gioia che rimane anche nella prova, nella stessa sofferenza, e rimane non in superficie, bensì nel profondo della persona che a Dio si affida e in lui confida.

 Il Signore è vicino” (fil. 4,5): bisogna presentarsi al mondo con un volto fatto lieto dalla speranza, perché il Signore è vicino. Il Signore è vicino ad ogni uomo perché si è fatto vicino con l’incarnazione, tanto più lo è al cristiano che lo conosce e liberamente lo accoglie come suo salvatore. Come Gesù ha avuto fiducia, nonostante tutto, nell’amore del Padre, così dobbiamo averla noi. “Dio è Amore” scrive l’apostolo Giovanni (1 Gv. 4,8) e lo dice avendo viva davanti agli occhi l’immagine di Gesù sulla croce. Anche noi, nei momenti di prova, dobbiamo tenere gli occhi fissi sul crocifisso, come suprema garanzia dell’Amore di Dio: “…non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.” (1Gv. 4,10).

 Dice Paolo: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Gesù Cristo” (Fil. 4, 6-7).

 Alla gioia per l’amore di Dio si aggiunge la gioia di essere amati dai fratelli, nella Chiesa. “rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti” (Fil. 2,2). Dice il Salmo 132,1 “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!”. La fraternità evangelica è fonte di gioia, anche se ha le sue difficoltà e richiede il sacrificio di sé, la donazione della vita. “Se Egli ha dato la vita per noi, anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Giov. 3,16).

 La beata Madre Teresa di Calcutta, testimone indimenticabile della vera gioia evangelica nei nostri tempi, scriveva così: “Noi aspettiamo con impazienza il Paradiso, dove c’è Dio, ma è nostro potere stare in paradiso fin da quaggiù e fin da questo momento. Essere felici con Dio significa: amare come Lui, aiutare come Lui, dare come Lui, servire come Lui” (La gioia di darsi agli altri, ed. Paoline, 1987, pg. 143).

 Si potrebbe quasi dire che non è importante educare alla fede, ma educare all’amore, perché l’uomo che ama vive già la fede, si incontra già con Dio, anche se spesso non lo sa. Si, la gioia entra nel cuore di chi si pone al servizio degli altri; in chi ama così, Dio prende dimora e la persona è già nella gioia. Se invece si fa della felicità un idolo, si sbaglia strada ed è veramente difficile trovare la gioia di cui parla Gesù.

 È Dio che ha posto nell’uomo, fin dalla creazione, la spinta ad uscire da sé per incontrarsi con l’altro. Ci ha pensati e chiamati ad essere realtà che mostra Dio al mondo non soltanto come persone singole, come comunità, ma anche e soprattutto come coppia.

 Infatti Dio, per rivelarsi, non ha avuto immagine più bella se non quella della tenerezza di due persone che si amano, nella tenerezza diventano coppia a “Immagine e somiglianza di Dio” (Gen. 1, 26-27).

 Nel matrimonio, noi tutti siamo un dono grande e abbiamo una grande responsabilità non solo l’uno verso l’altro ma anche come coppia verso gli altri.

 Il catechismo della chiesa cattolica ci ricorda che nella vita sacramentale del nostro essere Chiesa: l’Ordine sacro e il matrimonio sono i due soli sacramenti finalizzati al servizio della comunione; essi sono ordinati alla salvezza di altri e contribuiscono anche alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio agli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all’edificazione del popolo di Dio”, cioè sono “via di santificazione!”.

 La realtà di comunione, originaria ed originale, più bella, più intima, più vera, dove questo si realizza naturalmente è la famiglia. Nella famiglia vivo 24 ore su 24, sempre a contatto e sempre in proiezione all’altro (marito, moglie, figli), c’è una con-presenza continua nella quale l’altro per me è il punto di riferimento di tutte le mie azioni.

 Non c’è nulla in questo mondo che sia espressione più significativa e dinamica di Santità e di Gioia quotidiana come la vita di una famiglia radicata nell’amore di un uomo e di una donna. Non c’è gioia senza amore, non c’è Dio senza amore!

 La prima vera scuola di amore e di relazione vera è, naturalmente e divinamente, la famiglia. Il primo gesto quotidiano di santità nella famiglia è l’accoglienza “Io accolgo te… tu sei per me dono di Dio per la mia santificazione”. Dall’accoglienza nasce, inevitabilmente, il camminare insieme: ogni giorno mi ritrovo accanto a te e nel cammino colgo l’intenzione di Dio e la direzione stessa del cammino, la mia vita ha senso solo nel dono e nelle relazioni vissute ogni giorno.

 Ci chiediamo: noi, oggi, su quali modelli camminiamo?

 La famiglia umana creata ed amata da Dio è allora “Vangelo vivente e maestra di Vangelo nella vita”. Con la famiglia la casa diventa il luogo dove si annuncia e si trasmette la fede. Dio che mi ama è per un figlio un padre e una madre che gli vogliono bene in modo grande, l’intensità di tale relazione fa crescere nella vita di ciascuno la consapevolezza di Dio Amore. Per questo servono uomini e donne che narrino con la loro esistenza che la vita cristiana è buona: quale segno più grande di una vita abitata dalla carità, dal fare il bene, dall’amore gratuito che giunge ad abbracciare anche il nemico, una vita di servizio tra gli uomini, soprattutto i più poveri, gli ultimi, le vittime della storia? In questo modo la famiglia, oltre ad essere la prima esperienza di Chiesa, diventa anche la prima scuola di quella solidarietà che è il fondamento del vivere civile. “La famiglia, come la Chiesa - affermava Paolo VI – deve essere spazio in cui il vangelo è trasmesso e da cui il vangelo si irradia”.

 Predicare il Vangelo non è un dovere, ma una sovrabbondanza di gioia; il traboccare di una notizia talmente esplosiva che non si può tenere per sé. La missione viene portata avanti “perché la nostra gioia sia perfetta” (1Giov. 1,4).

 La Chiesa attende che le famiglie cristiane di oggi riscoprano il loro compito di evangelizzazione, che non abdichino al mandato di essere luogo dove il vangelo può trovare la sua casa. Giovanni Paolo II ha mostrato tutta la sua fiducia nella famiglia affermando che da essa dipende la futura evangelizzazione: «La futura evangelizzazione dipende in gran parte dalla Chiesa domestica. Questa missione apostolica della famiglia è radicata nel battesimo e riceve dalla grazia sacramentale del matrimonio una nuova forza per trasmettere la fede, per santificare e trasformare l'attuale società secondo il disegno di Dio» (F. C., 52).

 Proprio per questo è necessario che le famiglie non si lascino prendere dallo sconforto o dalle paure per le accresciute difficoltà. Occorre che si aprano a Cristo, che anche oggi dice: “Non abbiate paura!”.