Al pozzo, oltre il pozzo. Scavando i desideri 

Mauro Maria Morfino 
Vescovo di Alghero-Bosa *

samaritanaalpozzo

I. Con Gesù al pozzo dei desideri

La persona umana non può bastare a se stessa.
Non solo non la saziano le cose, ma non le bastano neppure le persone e neppure qualche buona idea o conoscenza religiosa. Perché ogni persona è una relazione spalancata sull’Infinito. Con un vividissimo flash, Kierkegaard cristallizzava così questa apertura: “L’uomo è un crepaccio assetato d’infinito”. Solo l’infinito che è Dio può saziare il cuore. È in questo “crepaccio” che Gesù ci si fa incontro. Non disprezzando o prosciugando l’acqua dei nostri tanti pozzi, ma semplicemente rivelandone la non esaustività, l’insufficienza e l’inadeguatezza.
Perché la vita fluisca, è indispensabile accettare e riconoscere la sete del proprio cuore, dare un nome, ascoltare, accogliere quel fascio di desideri che ognuno di noi è e che ci tiene vivi, che talvolta ci esalta o ci tramortisce e tanto spesso ci strattona, ci affanna, ci atterra. C’è, nel cuore umano, la sottile tendenza a non prendersi sul serio nel proprio desiderare: o soffocandolo, o sminuendolo, o distorcendolo o non decifrandolo. E la vita può impazzare e impazzire.
Nella sua grazia, che è eccedenza di amore, il Padre ci dona ancora questa Quaresima e questa Pasqua 2015 che vuole essere un tempo di verità, per un recupero d’identità, per riappropriarci della verità di noi stessi davanti alla Verità svelata nel Figlio.
Tutto in noi reclama una fonte di acqua viva e vera per non morire. Tutta la nostra Chiesa è assetata di Verità perché desidera essere strappata dalla paura di spalancare le porte e di uscire per testimoniare l’Evangelii gaudium, la gioia del Vangelo; perché sente come improrogabile l’appello del suo Signore che le dice: “Ecco io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20); perché sa che la sua gioia sarà piena solo quando accoglierà come irrinunciabile stile di vita la parola del Maestro: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (Mt 5,7).
Ancora una volta, in questi giorni di grazia, potremo fare la dolcissima esperienza del Signore Gesù che stende la sua mano verso di noi continuando a offrirsi come Parola che salva, come Corpo spezzato e Sangue versato, nutrimento di “vita eterna” ma, insieme, gioiremo perché, stupiti, dovremo riconoscere nei tratti del Figlio, la logica del Padre che ha deciso di aver bisogno della persona umana. Rivivremo, nella fede, l’esperienza che Dio non sfonda la porta, ma bussa e invita, non ci umilia manifestando la sua grandezza e la sua potenza, ma spoglia se stesso, “assumendo la condizione di servo” (Fil 2,7) e divenendo uno di noi. Servo per noi. Nella forza dello Spirito giungeremo nella “veglia delle veglie” a confessare che l’acqua che è Cristo può davvero dissetare e offrire ai nostri cuori questuanti la certezza che il sempre Veniente è già assiso in quello scranno della nostra intimità, da sempre posto suo.
Fidandoci del Signore e obbedienti alla sua parola, vogliamo ascoltare la sua voce e aprirgli la nostra porta per godere della sua intimità. Lui, il Fedele, manterrà la sua promessa. Ci faremo accompagnare, istruire, illuminare, convertire e consolare da quella pagina evangelica che ci sostiene nella fede: l’incontro tra Gesù di Nazaret e la donna samaritana al pozzo di Sicar (Gv 4,5-42).
È un eloquente esempio di “scavo del desiderio” che Gesù – mai forzando e mai rinunciando al suo tratto di amorevole e rispettosa prossimità – compie con la samaritana che, in quanto tale, è persona d’idee religiose “distorte”, imbastardite, ma anche donna dal passato equivoco e incontrata da Gesù nello svolgimento di un compito tanto feriale e prosaico come quello di attingere acqua. In questo incontro, Gesù mostra di andare oltre ciò che la situazione parrebbe esigere: il bisogno naturale della sete viene scoperto dal Nazareno e fatto riconoscere alla donna nella sua radice, e diventa così, un po’ alla volta, ricerca di un’acqua viva, fino a lasciar trasparire nella samaritana, l’esigenza consapevole di un’acqua che la disseti per sempre.
Tutto, fin dai primi versetti del racconto, pare suggerire che c’era più di una ragione per mantenere le distanze tra i due. Ma Gesù sconfina, sovverte regole di buon senso e regole religiose, frantuma gli schemi e scavalca le barriere di sesso, di nazionalità, di religione. Egli s’intrattiene volentieri con questa donna, per troppi versi “irregolare”. Lo fa con quella straordinaria libertà che solo l’amore può permettersi.
Ogni incontro con Gesù presso “il pozzo dei desideri”, nell’ascolto di lui e nell’accoglienza della sua persona, è il luogo per eccellenza dello “scavo del desiderio”, dove Gesù ci aiuta ad andare oltre il pozzo.
Qualsiasi cosa gli chiediamo, anche se non lo sappiamo, è prima di tutto di darsi a noi, di mostrarci il volto del Padre, di godere del suo amore. In questa pagina di Vangelo il Signore conduce la donna e noi con lei, lì dove si raggiunge la radice dei desideri umani, facendoci scoprire che è Dio alla radice di ogni desiderare umano, scorgendo inevitabilmente la parentela e la somiglianza divina ad ogni umano, anche quando il desiderio si esprime in termini o modalità diversi o devianti rispetto a questa sua origine.
Con Gesù, al pozzo dei desideri, siamo introdotti in quell’intimità con il Padre, scoprendolo, come confessa sant’Agostino, intimior intimo meo, “più intimo a me di me stesso”. Nel guazzabuglio e nell’intrico del proprio desiderare e dei propri desideri, rischia di rimanerne intrappolato, abbacinato, confuso.
Imbrogliato. È Gesù che ci educa a desiderare oltre, a scavare il desiderio, a spalancarci gli occhi sull’Origine di quel vortice che è il nostro desiderare.
Con Gesù, al pozzo dei desideri, scopriamo che la nostra capacità di desiderare è il “roveto ardente” dell’esperienza umana di Dio, proprio perché il desiderio di Dio è inciso a fuoco in ogni coscienza e il desiderare umano è nativamente proteso su Dio, e una ricerca sulle “origini” non può che certificare questa aspirazione insopprimibile.
Con Gesù, al pozzo dei desideri, veniamo convinti ad interrogarci sul contenuto e sull’origine dei nostri desideri, andando al di là dell’oggetto immediatamente desiderato senza rimanerne prigionieri e, risalendo di desiderio in desiderio, spalanchiamo gli occhi fino a scorgere l’esigenza ineliminabile di bene, di verità, di felicità, di libertà, di definitività, che è iscritta nel nostro cuore e che è espressione limpida del desiderio ancor più pungente di Dio.
Con Gesù, al pozzo dei desideri, scopriamo quella cicatrice del divino,memoria incancellabile dell’origine di ognuno di noi, aspirazione che spesso rimane negli anfratti dell’anima e nelle pieghe del cuore, ma che sanguina senza sosta ed esige di essere curata. È davanti a questa cicatrice che scopriamo, con vertigine, che solo il divino è garante dell’umano. E proprio perché ogni umano è fatto da Dio per Dio, e dunque architettato in modo tale che solo Dio lo può realizzare in pienezza, nessun human factor, nessun obiettivo umano e a medio termine, riesce ad essere risposta esauriente a quel grumo di carne e sangue che siamo.
Con Gesù, al pozzo dei desideri, ci è dato di scavare il desiderio fino a dare un nome in noi alle indecifrabili scontentezze, delusioni, insofferenze, inquietudini, insaziabilità, disillusioni, frustrazioni, riuscendo a smascherarne i travestimenti (una sottile depressione, certe forme di rigidità difensiva, l’indifferenza come sistema di vita, l’aggressività come unica modalità relazionale o la ricerca di eccitazioni sensibili, o perfino una certa spensierata mediocrità…). Dare il nome a questi Leviathan che si agitano in cuore, svincola dalla cattività perché “la Verità vi farà liberi” (Gv 8,32).
Condotti anche noi dallo Spirito al pozzo dei desideri, desideriamo in questi densi novanta giorni quaresimali-pasquali, leggere e rileggere questa pagina di Vangelo, scoprirla e riscoprirla nel silenzio e nella preghiera, senza fretta, scendendo nelle sue più intime profondità, perché anche ciascuno di noi approdi allo svelamento dell’essenziale, alla radice profonda che attiva il mondo del nostro desiderare e dei nostri molteplici desideri.
Anche noi vogliamo stare presso il pozzo visitato dalla Parola, ascoltando il Signore Gesù e stando sotto il suo sguardo. Parola e sguardo che non condanna, non aggredisce, non pregiudica, non inchioda al passato. Ed è per questo che arriva dritto al cuore della samaritana e del nostro cuore assetato. Anche a noi come a lei, Gesù non porge uno specchio accusatore ma ci mette davanti un cammino, una speranza, le possibilità che siamo, perché a lui non importa che cosa siamo stati, ma ciò che saremo. La sua parola e il suo sguardo fanno riemergere quella realtà seppellita in noi che va oltre il peccato, liberando tutta la bellezza che il Padre ci ha posto dentro, scarcerando tutta la luce che è racchiusa in ogni cuore. “È troppo vasto il cuore umano, le cose piccole vi fluttuano, solo le cose grandi vi si depongono eleggendovi la propria dimora [...]. Vi è in esso un vuoto che aspira ad essere colmato e un’attesa che reclama una Presenza” (Blaise Pascal).

II. Testo, contesto e parole-chiave

Svestiti dunque i sudati drappeggi delle nostre affaticate parvenze, sfilati i laceri sandali dei nostri tortuosi sentieri, sferrando un ultimo attacco alla voracità di orecchie mai sazie, avvertito il cuore dei mai acquietati crampi di orde di desideri, condotti dallo Spirito, gustiamo anche noi l’acqua viva della Parola:

1 Gesù venne a sapere che i farisei avevano sentito dire: “Gesù fa più discepoli e battezza più di Giovanni” – 2 sebbene non fosse Gesù in persona a battezzare, ma i suoi discepoli , 3 lasciò allora la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea.
4 Doveva perciò attraversare la Samaria. 5 Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6 qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7 Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: “Dammi da bere”. 8 I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9 Allora la donna samaritana gli dice: “Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?”. I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
10 Gesù le risponde: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. 11 Gli dice la donna: “Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? 12 Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?”. 13 Gesù le risponde: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno.
Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”. 15 “Signore - gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”. 16 Le dice: “Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui”. 17 Gli risponde la donna: “Io non ho marito”. Le dice Gesù: “Hai detto bene: “Io non ho marito”. 18 Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero”. 19 Gli replica la donna: “Signore, vedo che tu sei un profeta! 20 I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare”. 21 Gesù le dice: “Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre.
22 Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23 Ma viene l’ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24 Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità”. 25 Gli rispose la donna: “So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa”. 26 Le dice Gesù: “Sono io, che parlo con te”. 27 In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: “Che cosa cerchi?”, o: “Di che cosa parli con lei?”. 28 La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29 “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?”. 30 Uscirono dalla città e andavano da lui.
31 Intanto i discepoli lo pregavano: “Rabbì, mangia”. 32 Ma egli rispose loro: “Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete”. 33 E i discepoli si domandavano l’un l’altro: “Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?”. 34 Gesù disse loro: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35 Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36 Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37 In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. 38 Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica”. 39 Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: “Mi ha detto tutto quello che ho fatto”. 40 E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41 Molti di più credettero per la sua parola 42 e alla donna dicevano: “Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo”.

Il contesto immediato e alcuni elementi del testo, risultano preziosi per cogliere la trama e il senso narrativo di questo racconto. Ci è subito detto che l’attività battesimale dei discepoli di Gesù in Giudea (4,1-2) irrita i farisei, ma che anche in Galilea, la regione di Gesù, il suo ministero non fila liscio (4,44).
È proprio tra queste due situazioni difficili di annuncio del Regno, che si colloca la Samaria, regione, se possibile, ancora più ostile, dove parrebbe che Gesù e i suoi non abbiano proprio nulla da fare: “I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani” (v. 9).
Ma Gesù doveva/édei passare in Samaria. Questo verbo, in Giovanni, indica un riferimento al piano salvifico di Dio che si sta compiendo. Il dover passare di Gesù in Samaria non risponde ad un’esigenza geografica quanto piuttosto al progetto del Padre. Questo transito è un ineludibile impegno missionario. Gesù si siede al pozzo stremato dal viaggio (4,6) e prostrato dallo sfinimento – che la narrazione mette in luce al v. 38 con il verbo kopiázo, il “faticare” di chi semina – ma risoluto a gettare nel solco della storia la Parola che salva, a donare se stesso come acqua viva.
C’è poi il pozzo, quel pozzo che Giacobbe aveva donato a Giuseppe. Lì, allo zenit, con il sole a perpendicolo, avviene l’incontro e il dialogo tra il Nazareno e la samaritana. Sappiamo che spesso nella Bibbia, gli incontri cruciali di Dio avvengono “nell’ora più calda della giornata” (Gn 18,1), a mezzogiorno, momento in cui la sete si fa sentire lancinante.
Al pozzo di Sicar, nell’ora più calda e più luminosa del giorno, ci sono tutti i presupposti per un promessa sconvolgente: lo straniero promette alla donna un’acqua capace di trasformarsi, in chi ne beve, in sorgente che zampilla per la vita eterna, cosicché chi la sorseggia non abbia mai più sete. Si comprende, dunque, la pronta richiesta della samaritana: “Signore, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua” (Gv 4,15).
Per i lettori delle pagine della Bibbia, l’immagine del pozzo è familiare ed evoca storie d’amore, corteggiamenti, patti nuziali: in Esodo 2, Mosè conoscerà Zippora, la sua futura moglie; in Genesi 24 si racconta che, al pozzo, Isacco fa la conoscenza della giovane e bellissima Rebecca; in Genesi 29, nell’attingere acqua al pozzo, si pone la premessa del matrimonio tra Giacobbe e l’avvenente Rachele. Lo schema di tutti questi racconti è standard: l’uomo si reca in terra straniera e, presso il pozzo, si incontra con una donna che è andata lì ad attingere acqua e che diventerà poi sua moglie.
Giovanni riprende questo stesso schema ma lo capovolge: Gesù passa in Samaria, terra straniera, incontra non una giovane in età da marito ma, appunto, la samaritana il cui vissuto equivoco è ricordato.
Non c’è corteggiamento, non c’è promessa di nozze, non c’è prospettiva di ingaggio sentimentale. Tutto si svolge nel dialogo e la relazione che si instaura non è quella del coinvolgimento affettivo, ma quella della fede. L’evangelista usa lo schema narrativo solito degli incontri speciali al pozzo, ma inserendo la variazione appena menzionata, provoca nel lettore una sorpresa che lo rende ancora più attento e più partecipe alla trama del racconto.
L’allusione al pozzo cattura il lettore per condurlo decisamente in una direzione altra da quello dello schema che, forzatamente, conduceva all’unione tra le due parti in gioco. Il pozzo resta sì il luogo dell’amore, dell’intimità, della confidenza più piena, il luogo dove l’ascolto reciproco diventa sistema e metodo, ma a questo pozzo la samaritana arriva e si intrattiene con Gesù non per convogliare alla settima sua relazione amorosa, ma ormai tutta tesa a bere di quell’acqua viva datale dal Galileo, così dissetante da spingerla a lasciar lì la brocca e ad andare a dissetare - ormai dissetata - altri.

III. Il dialogo

Nel Quarto Vangelo, a differenza dei Sinottici, ci viene mostrato un Gesù molto attento ai contatti personali, attraverso i quali egli si intrattiene volentieri in incontri e in dialoghi che toccano le radici dell’essere e occupano, proporzionalmente, ampi spazi (con Nicodemo, il cieco nato, Lazzaro e le sorelle, la samaritana) o i contatti preferenziali con gruppi ristretti (Cana, la sinagoga di Cafarnao…).
Ciò che è utile domandarsi è perché proprio una donna di Samaria viene così strettamente congiunta al tema della missione. È chiaro che sia l’identità della protagonista, sia il contesto, sia il luogo, sia l’orario risultano essere uno squarcio luminoso sul binomio samaritana-missione e sull’intero dialogo.
La donna, in quanto della Samaria, è un’eretica. In quanto donna dal passato e dal presente burrascoso, è inaffidabile e sospetta. Ancora. Il suo andare ad attingere acqua al pozzo la colloca nella più banale dell’ordinarietà, affatto priva di ogni significativa peculiarità; in un luogo, il pozzo, non tra quelli di solito indicati come particolarmente adatti per incontri o eventi “religiosi” e la circostanza è realmente occasionale.
L’orario poi, comunque sia, risulta infelice per ogni tipo di dialogo impegnativo, prolungato, discreto.
Attraverso tutti questi elementi l’evangelista suggerisce al lettore questa conclusione: se la samaritana diventa eloquente testimone di Gesù nella sua situazione concreta (e “svantaggiata”) di vita, non esiste proprio per nessuno l’impossibilità di diventare interlocutore privilegiato nel dialogo con lui e suo inviato accreditato, non c’è alcuna identità inadatta né alcun’altra circostanza a impedire il dialogo con il Signore. Ogni luogo, ogni tempo, ogni condizione contingente è favorevole per incontrare Gesù.
Il dialogo con la samaritana si dipana in sette battute tra Gesù e la donna. La caratteristica lampante del dialogo sta nel fatto che Gesù continua ad innalzare il livello del discorso, portandolo al di là e oltre la domanda della samaritana, superando di volta in volta gli ostacoli frapposti da essa per rilanciare il dialogo, e condurlo, invece, al suo apice.
Apice a cui la samaritana pare volersi sottrarre, rimandando a quel Messia che “dovrebbe venire”, la spiegazione autentica della verità, quasi a dire: “Finiamola con questo discorso! Se un giorno questo Messia verrà, se ne riparlerà…”.
Inattesa la risposta del Galileo: “Sono io che ti parlo”.
Vale a dire: non è più tempo di rimandare decisioni, smetti di fuggire, questo è il tempo della verità, perché il Messia “Sono io che ti parlo”.
Colui che le parla qui ed ora, è colui a cui non può sfuggire, perché la conosce dentro e la spinge ad andare oltre le reticenze e le resistenze. Non rispondendo a tono alla donna, Gesù la sollecita così ad andare al di là delle sue stesse domande, portandola ad interrogarsi, ad entrare nel vivo di ciò che porta in cuore e le fa problema, a chiamare per nome le sue delusioni, le amarezze, i desideri.
Può essere di aiuto alla comprensione del dialogo la seguente visualizzazione:

Samaritana: giunge al pozzo – Gesù: “Dammi da bere” (v. 7) 
Samaritana: “Come mai chiedi da bere a me?” – Gesù: “Se tu conoscessi… Tu stessa gliene avresti chiesto” (vv. 9-10) 
Samaritana: “Tu non hai un mezzo… Da dove hai dunque quest’acqua viva… Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe?” – Gesù: “… ma chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete” (vv. 11-13) 
Samaritana: “Dammi di quest’acqua” – Gesù: “Va a chiamare tuo marito” (vv. 15-16) 
Samaritana: “Non ho marito” – Gesù: “Ne hai avuto cinque e quello che hai ora…” (vv. 17-18) 
Samaritana: “Ma dobbiamo adorare a Gerusalemme o su questo monte? – Gesù: “Né qui né a Gerusalemme… ma in spirito e verità” (vv. 20-24) 
Samaritana: “So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa” – Gesù: “Sono io che ti parlo” (vv. 25-26)

L’acqua viva che c’è

Un’anonima donna di Samaria, viene ad attingere acqua da un pozzo. Gesù è solo con lei mentre i discepoli sono andati in città a cercare cibo. Gesù prende l’iniziativa del dialogo e le chiede: “Dammi da bere” (v. 7). Egli senza porre la donna in difficoltà, si muove da una sua semplicissima necessità umana: ha sete. Come tutti necessita di acqua. Come nessuno le darà un’acqua che ella non immagina.
Di fronte a questa richiesta diretta, la samaritana è stupita e, con un pizzico di ironia, pone la sua riflessione a livello di rapporti umani (tesi): “Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono samaritana?” (v. 9). Le parole della donna sono attraversate da una forte tensione antitetica: uomo-donna; giudeo-samaritana; io-tu. Tutto dice contrapposizione in ruoli (rigidi) e dentro un’antica avversione etnico-religiosa. È come se una corda tesa dominasse tutta la prima parte del dialogo, impedendo un benché minimo avvicinamento dei poli, un reale riconoscimento.
In modo leggerissimo, parlando di “acqua viva” (v. 10), Gesù conduce il dialogo sul piano stesso del mistero della sua stessa identità, presentandosi come colui che ha sete di offrire l’acqua viva. Ma perché questo si possa realizzare, è indispensabile una condizione: “Se tu conoscessi...”. Nel testo greco c’è la splendida finezza di un periodo ipotetico della irrealtà.
Detto semplicemente: Gesù insinua alla samaritana che, realmente, ella proprio non sa! Eppure la parola di Gesù, nonostante questa allusione negativa, non fa ritrarre la donna. Provocata da colui che le ha chiesto da bere, pare cogliere come promettente il dirsi dell’assetato. La donna non solo non chiude il dialogo, ma resta e replica. La parola di Gesù attrae la donna e, a poco a poco, Gesù trasferisce la conversazione per trasferire la donna.
La replica della donna è ironica e pungente: io forse non so e non capisco ma tu, e questo è certo, sei privo dei mezzi necessari per attingere l’acqua e dunque non sei più grande di Giacobbe! (cf vv. 11- 12). L’evangelista carica l’espressione della donna di una doppia ironia: la samaritana, pur volendo dire proprio il contrario, afferma invece la vera identità di colui che ha davanti: Gesù è realmente più grande del patriarca Giacobbe! Ciò che tuttavia la donna ha negli occhi e nella mente, è quel pozzo e quella acqua: ancora non riesce ad entrare in quell’oltre che il discorso di Gesù le fa intravedere.
Il dialogo sembra impantanarsi perché le posizioni dei due paiono ispessite in un’insanabile contrapposizione.
Com’è possibile passare dal misconoscimento alla conoscenza? È Gesù che, con molta pazienza, riprende il filo del dialogo per scavare – finalmente svegliandolo – il desiderio della donna, rievocando quell’acqua viva: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (vv. 13-14). Gesù le chiarisce che c’è una differenza nell’acqua che lui può darle: a differenza dell’acqua del pozzo, quella che Gesù le offre disseta per sempre (ha dunque un’altra funzione), zampilla dentro (ha dunque un’altra locazione), ed è per la vita eterna (permea e travalica il tempo).
A questo punto vi è l’autentico snodo del dialogo e il primo reale cambiamento. La donna aderisce convinta alla parola di Gesù: “Signore, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”. Il capovolgimento nell’asse del discorso è avvenuto: la donna chiede e così facendo confessa di non avere, e contemporaneamente ammette che colui che le aveva chiesto da bere può darle quest’acqua. È vero che la donna sta pensando ad un’acqua “magica” che, dissetandola una volta per tutte, la sollevi dalla fatica giornaliera dell’andare al pozzo, ma sarà la brusca interruzione imposta da Gesù al tema dell’acqua che distoglierà la donna dall’ambiguità che le è diventata pelle e vestito, e nella quale è rintanata.

Il marito che non c’è

Repentinamente, Gesù lascia cadere il tema dell’acqua e, cambiando registro, porta il discorso sul marito della donna. Come prima, questo cambio di argomento e spostamento di piano, coglie la donna più attratta che in ritirata: Gesù sposta il tema e “sposta” la donna, che a sua volta si lascia spostare. E questa volta il cambio della donna è definitivo: “Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui”. Gli risponde la donna: “Io non ho marito”. Le dice Gesù: “Hai detto bene: Io non ho marito. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero” (vv. 16-18). La donna dice parte della sua verità. Non tutta, ma inizia a dirsi sul serio. Quell’invito del Giudeo seduto lì al pozzo e che le chiede di andare a chiamare suo marito, costringe la donna ad esporsi, a dare un nome ad uno spezzone della propria vita, a pronunciare, per la prima volta nel dialogo, un verbo in prima persona singolare: Io non ho marito. Sarà Gesù ad illuminare l’altra parte della verità che la donna ha lasciata in ombra, gettando luce piena sul passato e sul presente di lei. Attraverso quella imprevedibile parola di Gesù, ella viene strappata dall’ambiguità e viene liberata.
Un tratto sorprendente del dialogo, a questo punto, richiama fortemente l’attenzione: Gesù libera la donna consegnandola alla sua piena verità senza denunciare la situazione immorale di lei, senza sentenziare sul suo peccato, senza una sola parola di condanna, d’ironia, o di velato moralismo sulla sua discutibile situazione. Anzi, le parole del maestro circa quel dirsi nella (mezza) verità da parte della donna, sono accompagnate da un apprezzamento: “Hai detto bene”. Gesù evocando tutta intera la verità della donna, anticipa alla stessa la sua identità di Messia, subito dopo solennemente proclamatale dall’assetato.
Finalmente per lei, il percepirsi conosciuta, attiva il riconoscimento di Gesù.
Infine, la domanda sul marito che non c’è, chiamato in causa da Gesù, introduce nel dialogo quel terzo elemento che spezza la tensione Gesù-samaritana, incrinando quel recinto impalpabile in cui la donna costantemente si rifugia e generando un’apertura alla verità. Gesù riconosce la sincerità della donna proprio lì dove lei non ha nulla da rispondere, nulla da scusare, nulla da far apparire diverso da come è in realtà. È proprio in questa mancanza di puntelli, in questo “vuoto”, che si spalanca un frammento di comunicazione vera.

Il tempio che non deve esserci

Una parola ricorrente in quest’ultima parte del dialogo è adorare/proskynéo che compare in questi versetti 9 volte sulle complessive 11 del Vangelo di Giovanni (cf vv. 19-26). Adorare, richiama l’immagine del bacio che riverisce e il gesto del prostrarsi che lo accompagna. È tipico del linguaggio, della gestualità cultuale, e implica il riconoscimento della maestà di Dio da parte della creatura. Ogni tradizione religiosa ha associato l’atto di adorare a qualche luogo particolare ed eccezione non faceva il mondo giudaico e quello samaritano. I primi indicando l’esclusività del tempio di Gerusalemme e gli altri, con altrettanta esclusività, il monte Garizim. Ma per due volte Gesù assicura la donna che “viene l’ora, ed è questa” (cf v. 23), in cui l’adorare non può più essere vincolato ad un luogo.
Il tempo decisivo dove non si adorerà Dio né a Gerusalemme, né sul Garizim, né altrove, è giunto: sottratti i luoghi materiali deputati all’adorazione, Gesù indica alla samaritana, come spazio di adorazione, un non-luogo che non è definito da nessuno spazio geografico.
È giunto il tempo di adorare “in spirito e verità” che significa: Io sono la verità e in me dimora pienamente lo Spirito che mi offre a te e a tutti come verità. Per adorare il Padre non si transita ormai per nessun tempio, ma solo attraverso la mia persona. L’adorazione del Padre avviene nel Figlio ed esclusivamente in lui, perciò ogni altra prassi cultuale, giudaica o samaritana che sia, ha fatto il suo tempo. Chi adora il Padre “in spirito e verità” non necessita più di uno spazio sacro o di un tempo sacro, perché tutto lo spazio e tutto il tempo dell’esistenza umana è coinvolto nell’adorazione e ha sempre come punto di riferimento ultimo il Padre nel Figlio.

La brocca che si può lasciare

Tutto quello che l’assetato e la donna con la brocca dovevano dirsi, se lo son detto. Ora si mette in marcia una fede che si fa testimonianza. E il segno di questa impellenza è dimenticare/lasciare la brocca e andare in città e parlare di quel Gesù che aveva incontrato.
Quella brocca ormai può essere lasciata in disparte.
Dunque la donna, venuta al pozzo a cercare l’acqua, dimentica/lascia la brocca. Alla rivelazione piena di Gesù, l’evangelista non dice che la donna “credette, si prostrò davanti a lui, pianse, gioì...”. No. Solo questo intenso, minuscolo, formidabile dettaglio: si dimentica la brocca lasciandola lì! Ciò che prima le interessava, ora ha perso il suo valore. Probabilmente non perché le cose di prima fossero inutili o cattive, ma perché ha incontrato un di più da ciò che viveva, qualcosa di più bello, di più significativo, qualcosa di ormai irrinunciabile che fa impallidire e ridimensionare ciò che prima riteneva irrinunciabile. Commenta Bruno Maggioni, un sapiente maestro delle pagine evangeliche: “È questo per me il vero incontro con Dio, l’incontro con qualcosa che ti fa capire che altre cose che cercavi valgono di meno; magari ne hai bisogno, (perché dell’acqua hai bisogno), ma non sono più la ragione della tua vita […] Era in ricerca questa donna? No, questa donna non è venuta al pozzo cercando. Qualcuno, da buon predicatore, potrebbe sottolineare certi aspetti e dire: Certo, questa donna è venuta a prendere l’acqua, ma sapeste che tormento aveva dentro..., quell’uomo non era suo marito... sapeste che tormento! Ma no! Era contentissima di avere quell’uomo lì, le andava benone! Non è perché aveva chissà quale tormento che ha capito, è perché ha incontrato qualcosa di nuovo, e di più!”.
È quel magis, quel di più che le fa dimenticare la brocca. Questo lasciare andando, è indizio di un’urgenza diversa che ora le si impone: non può non raccontare quel di più che ha fatto irruzione nella sua vita. Ai concittadini non racconterà i particolari di quel fitto e imprevisto dialogo al pozzo con il Giudeo; non dirà una parola sull’acqua viva e neppure sulla scottante soluzione data dall’uomo sui luoghi di culto. Alla sua gente non si vergognerà di insistere sul risvolto personale della sua storia personale – “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto” – e sulla forza rivelatrice di quell’uomo che le ha chiesto da bere. E, discretamente, porrà la sua domanda: “Che sia forse il Messia?”, invitando i suoi concittadini ad andare personalmente da Gesù per sperimentare, come lei, un incontro radicalmente nuovo, bello.
Unico. Lasciando ciò che le appartiene, trova a chi appartiene.
E, proprio come Gesù che doveva passare per la Samaria, la donna deve raccontare di Gesù ai samaritani.

L’identità che si può trovare

La lettura orante di questa pagina evangelica ci sospinge a cogliere quella strettissima consanguineità che corre tra la samaritana e ciascuno di noi. Ora sappiamo di lei. Ognuno sa di sé.
- Chi è la samaritana? Forse è delusa: dopo tante esperienze e promesse, l’orizzonte non si è spalancato.
Forse è fiaccata dai maltrattamenti, crudeltà, vendette, abbandoni; forse è appesantita dalla noia e perciò è attanagliata dal desiderio di evasione; forse è esausta dall’essere sfruttata. Forse è amareggiata e vuole eludere ogni discorso impegnativo. Forse. Non sappiamo.
Certo è che Gesù la incalza ad andare oltre, a non avvitarsi su se stessa e sui suoi desideri.
- Cosa attende la samaritana? Forse non attende nessuno e nulla. I molti esperimenti affettivi, probabilmente, la spingevano a non dar più credito a nessuno.
Ma quel barlume interiore, il desiderio della venuta del Messia che finalmente facesse verità – anche se desiderio assai vago – fa sì che, proprio a lei, il Messia si svelasse: “Sono io che ti parlo!”. Alla donna, che mostra ancora di essere chiusa dentro l’attesa messianica tradizionale (cf v. 25), Gesù attira l’attenzione su di sé, sul presente: “Sono io che ti parlo”. Gesù le chiede di accorgersi che il futuro che spera per lei è già iniziato, non deve più attendere, non deve più cercare.
- La samaritana è figura di ognuno di noi: quando ci rassegniamo ad un giornaliero scialbo e sempre identico a se stesso; quando ci accontentiamo della nostra fatica di attingere acqua dal pozzo per una giornata e basta; quando ci infastidiamo di richieste che ci scomodano.
Proprio allora il Signore viene, ci porta oltre la nostra quotidianità e la nostra banalità e ci fa capire che ogni altro, qualsiasi altro, non è un intruso, non è una comparsa, bensì un invito ad andare oltre noi stessi, a trovare e ad offrire il meglio di noi.
- La samaritana sono io che oggi vengo al pozzo, con la mia sete, con i miei tanti bisogni e gli infiniti, scorbutici desideri e dove nessuna domanda affiora sulle mie labbra incollate perché troppo è l’ingorgo alla porta del cuore. Ma lì Gesù, anche a me domanda: Dammi tu da bere! Cioè che tipo di sete, di desiderio, di amore c’è nel tuo cuore? Perché ti trovi oggi senza acqua e la stai ancora cercando?

IV. Scavare i pozzi dei nostri desideri

Un itinerario quaresimale, ma già pasquale

Per la samaritana, l’impareggiabile grandezza del patriarca Giacobbe era tutta detta in quel pozzo profondo e ricco di acque al quale aveva bevuto lui, i suoi figli, le sue greggi (cf v. 12) e che ancora dissetava tutti coloro che vi andavano ad attingere ristoro.
Non si poteva desiderare altro. Non c’era da scavare oltre. Bastava ed avanzava.
Gesù, accostandosi a quel crepaccio riarso d’Infinito che è la donna, così si accosta al nostro crepaccio e ci conduce ad intravedere che si può, che si deve scavare il pozzo dei desideri, che c’è altro da desiderare e che prendere in mano i propri desideri e interrogarsi su essi, sulla loro origine e sul loro contenuto, può spalancare un orizzonte neppure immaginato. Lei e noi invitati a dare un nome ai tanti desideri desiderati, per non rimanerne catturati e per vedere cosa vi si racchiude dentro. Lei e noi invitati a risalire di desiderio in desiderio, per (re)imparare che ogni nostro desiderio è alla radice e alla fine desiderio di Dio, ma anche che qualsiasi nostro desiderio può esser lo snodo e il luogo di incontro tra la combattuta nostra ricerca di felicità e la proposta del dono di Dio.
Qualsiasi desiderio umano è perciò strada lungo la quale si possono incontrare attesa umana e offerta divina, desiderio di Dio e desiderio umano.

Scava ancora, vai oltre!

Il Signore spinge la samaritana e noi ad un rinnovato scavo del desiderio e indica un itinerario per non restare intrappolati nei tanti nostri pozzi, nei nostri molteplici possessi. Ascoltare ciò che rimane inappagato nel più intimo del nostro desiderio, è il cammino che in questa Quaresima e in questa Pasqua può diventare, per la nostra Chiesa, esperienza esodale di liberazione e di risurrezione.
Gesù ci invita a: - scavare oltre il pozzo dei propri possessi (il pozzo dell’antenato Giacobbe, per la samaritana): “Chi beve di quest’acqua avrà ancora sete”. L’acqua di quel pozzo può essere simbolo di tutte le ricchezze, i beni, i possedimenti con i quali pensiamo di colmare il nostro cuore inquieto. Ma ognuno lo sa: non si ha mai abbastanza e più si ha, più si vuole. Vi è una “sete”, che dentro, non sa dire mai “basta”, ma “ancora, ancora, ancora”. Non sono le realtà relative, e da noi assolutizzate, quelle che possono colmare una mancanza o un desiderio. “Chi berrà dell’acqua che io gli darò non avrà più sete”. Gesù promette una quiete che non dipende da realtà materiali, una gioia che non trova la propria causa nelle circostanze esterne, nel già conosciuto. “Se tu conoscessi il dono di Dio…”. Cioè: continua lo scavo! - scavare oltre il pozzo dei propri amori: “Va’ a chiamare tuo marito” (= colui con il quale, oggi, cerchi unità, amore, vita). “Non ho marito” (= colui con il quale sto, non riesce o non può offrirmi ciò che cerco). “Hai ragione… ne hai avuto cinque e quello che è con te non è tuo marito”. Sei tentativi affettivi fallimentari per giungere alla constatazione: “Non ho marito (= non sono sposata, non so ciò che è una vera alleanza di amore, non l’ho sperimentata ancora, eppure il mio desiderio è ancora vivo). Forse, la samaritana, a poco a poco prova lo scarto fra ciò che vive e ciò che sogna, sente di aver avuto molti mariti ma non l’amore, scopre di portare dentro di sé un insaziato bisogno di amore, di comprensione, di tenerezza, di significati profondi. Gesù l’ascolta e non la condanna e non aggiunge per la seconda volta “chi beve di quest’acqua avrà ancora sete”. No, presta attenzione a ciò che ella già sa: nessun amore umano ha colmato in lei il suo desiderio di amore.
Dunque: continua lo scavo! - scavare oltre il pozzo delle proprie idee religiose: delusi dai beni materiali, delusi dalle relazioni affettive, come la samaritana ci rifugiamo in un mondo “religioso”, il mondo delle nostre credenze, certi, finalmente, di trovar requie. “I nostri padri hanno adorato su questa montagna… Né su questa montagna né a Gerusalemme”, né in nessun altro posto. La risposta di Gesù è sorprendente: da nessuna religione, da nessuna istituzione, da nessuna pratica religiosa si può pretendere l’acquietamento del nostro desiderio. Nessuna rappresentazione dell’Assoluto è l’Assoluto! Le idee che abbiamo su Dio sono, probabilmente, i nostri peggiori idoli (idea, ideologia, idolo hanno la stessa radice…). Detto altrimenti: amare Dio – come del resto amare un’altra persona – vuol dire rinunciare a possederlo, rinunciare a farne un avere e aprirsi alla possibilità di “essere con”, di respirare con lui, di fare nostri i suoi sentimenti, le sue prospettive, i suoi stili.
Perciò: continua lo scavo! - bere finalmente dell’acqua che “risveglia”: se per calmare e colmare il nostro desiderio non bastano cose, amori, credenze religiose, chi e dove potrà dar risposta a tale insopprimibile impellenza di vita? “I veri adoratori devono adorare nello Pneûmae nell’Alétheia.
Dio è Pneûma ed è nel Pneûma e nell’Alétheia che si deve adorare”. Le traduzioni rendono Pneûma con “Spirito” e Alétheia con “Verità”. Pneûma è la Ruach della Bibbia ebraica, è il “Soffio”, “l’alito di vita”. È Dio. Alétheia indica anche il “non-sonno”, l’uscita dalla lethé, dal sopore, dal letargo, dall’obnubilamento, dall’indeterminazione. Alétheia/Verità è la piena rivelazione, il totale disvelamento. Vale a dire: la vera adorazione è partecipare alla vita stessa che è Dio/Pneûma e che tutto si dice e si dona nella Verità/Alétheia che è Gesù, il solo che conosce Dio/Pneûma.
Il vero credente, dunque, adorerà, cioè “entrerà in relazione”, con la sorgente stessa del nostro essere – il Pneûma/Soffio di vita/Padre – solo attraverso la persona, le parole, la vita, la morte e la risurrezione di Gesù di Nazaret, il Figlio e Messia. Alla samaritana Gesù dice che non si tratta perciò di bere, per dissetarsi, dai suoi propri pozzi – le proprie cose, i propri amori, le proprie credenze – quanto piuttosto da un pozzo che non è il suo, dove sgorga quell’acqua viva che lui le dona e dall’immergersi nel Soffio/Vita che tutta l’avvolge e tutta la rinnova. La donna, adorando in “Spirito e Verità”, così come lui la invita a fare, accoglie la rivelazione di Dio nel Figlio e si risveglia, strappandosi alle acque pesanti di quei suoi molti pozzi. E beve acqua viva. Noi, come lei, in questo scavo tutto quaresimale, ma già tutto investito della novità pasquale, accogliendo la rivelazione del Figlio, entriamo in piena comunione con il Padre. Lui Verità e Soffio di vita dona anche a noi acqua viva, strappandoci dai gorghi di acque pesanti, da possessi inebrianti, ma soporiferi. Il seme della Pasqua, in questo scavo, è già attecchito! Parole per lei. Parole per me A lei, a noi pellegrini in questo sabato del tempo, l’assetato del mezzogiorno ripete: «Veglia finché il tuo desiderio rimanga vivo, non lasciarlo ingolfare o soddisfarsi con qualsiasi oggetto, materiale, mentale, religioso che sia. Ricordati che Dio è quella stessa realtà che è nascosta nel tuo desiderio, anzi è il Desiderio stesso e, quando il desiderio non può più saziarsi di alcun surrogato né di nessuna contraffazione, esso si risveglia alla sua vera natura, alla sua prima origine. Io ti conduco verso la Sorgente non solo di acque vive di cui hai sete, ma alla Sorgente stessa della sete! Vedrai che, pure attingendo senza fine, non la esaurirai: lasciala fluire senza volerla ‘imbottigliare’.
Ti ho detto che il Messia “Sono Io che ti parlo”: “Io Sono” è già lì, in fondo al tuo pozzo. Io già ci sono! Non dovrai aspettare domani – in una situazione umana, morale, sociale, affettiva, differente o migliore – per incontrare e gustare acqua viva e vita eterna! Resta nel Soffio e nella sua rivelazione. Sono Io che ti parlo.
Hai bevuto fino a non avere più sete e hai visto che in te, la Fonte e la tua sete, sono ormai una cosa sola.
Solo allora ti sei dimenticata della brocca, abbandonandola a quello che tu guardavi come al pozzo incomparabile, grande della stessa grandezza di Giacobbe.
Hai lasciato lì tutti i possessi che ti garantivano tutte le tue conoscenze, tutti i tuoi amori, tutte le tue verità. Ora parli con la tua gente, che ben ti conosce, a partire da dentro, dal cuore, perché la fonte in te si è messa a sgorgare, e sete e fonte non devono più cercarsi. So che non hai la pretesa di dissetare quelli che incontri ma, anzi, farai venire loro più sete! La tua storia è la storia di un desiderio che non si è lasciato soddisfare da oggetti e di un vuoto che non si è lasciato riempire da alcuna lusinga materiale, affettiva, spirituale. Io, per te, dovevo passare in Samaria e mi son fatto incontro alla tua sete. Dagli oggetti coi i quali pensavi di colmare il tuo desiderio, l’acqua viva che ti ho dato da bere, ti ha svegliato al Soggetto stesso del desiderio che, come sai, non si lascia colmare da alcun oggetto desiderato. Tu sei un insaziabile desiderio! Sei persona-di-desiderioma i tanti desideri non hanno fatto altro che aumentare a dismisura la sete.
Non ho dato risposta immediata ai tuoi desideri e alla sua sete, per non offrirti oggetti troppo noti e scontati. Ho accompagnato la tua mancanza, l’ho dilatata fino a che tu smarrissi tutti i limiti in grado di essere saziati da un oggetto, qualsiasi oggetto. Ora sei libera. Puoi tornare sulla montagna dove i tuoi padri hanno adorato, ma riuscirai a non chiedere più l’Assoluto a nessuna realtà. Perché sai che, anche con tutta la buona volontà, non potrà accontentarti. Nessuno e nulla. Puoi tornare verso tuo marito amandolo finalmente per quello che è, senza più chiedergli di colmare il tuo desiderio di Cielo. Ora non sarai una delusa arrabbiata perché non implorerai più ad un essere finito, piccolo come te, un amore infinito, gratuito e incondizionato. Ora puoi re-impossessarti delle tue ricchezze, del pozzo degli antenati e di tutto il resto, ma non ti verrà più in mente di chiedere ai tuoi beni e ai tuoi possessi, sempre forzatamente perituri ed effimeri, quella sazietà di cuore che ti spinge e ti attira. Sai che il Soffio e la Verità “Sono io che ti parlo».

V. Preghiera e desiderio

Ma dove prendere coscienza di essere un “crepaccio assetato d’infinito”? Dove sostare per dare un nome alla bruciante sete del cuore? Dove capire che l’oltre è il nostro orizzonte e che ogni desiderio va colto nella sua ultima e mai penultima istanza, nella sua definitività? Dove aprire gli occhi sulla radice dei nostri desideri e dove scorgerne l’origine? Dove scoprire che la cicatrice del divino che preme alla radice di ogni desiderare umano, non potrà mai smettere di urgere tenendoci svegli? Dove andare per riuscire a portarsi al di là dell’oggetto immediatamente desiderato, per non rimanerne prigionieri disillusi e fruitori frustrati? Dove collocarsi per risalire di desiderio in desiderio, fino a scorgere l’esigenza indistruttibile di bene, di verità, di felicità, di libertà, di definitività, che pulsa, incessantemente, nel cuore? Per noi discepoli di Gesù questo luogo e questo spazio è la preghiera, e questo tempo quaresimale e pasquale è un tempo del tutto privilegiato per accasarsi in questo luogo e vivere in questo spazio.
Abbiamo imparato che cosa indica Gesù dicendo alla samaritana che le donava di adorare “in spirito e verità”. Aggiungo una sottolineatura non secondaria: se “adorare in spirito e verità” vuol dire mettersi di fronte alla verità di Dio che è Gesù, significa anche abitare la verità di noi stessi, per cogliere nella verità di Dio anche la propria personale verità. Solo così si giunge a desiderare i desideri di Dio. La preghiera cristiana non è solo adorazione e culto, ma è anche apertura degli occhi sulla propria realtà personale, sull’insondabile mistero che ci abita. La preghiera cristiana ci porta, sì, di fronte alla volontà del Padre per compierla come figli nel Figlio, ma ci sollecita ad inoltrarci progressivamente negli stessi desideri divini, a desiderare come Dio desidera.
Desidero ricordare a me e a voi, in questo tempo santo che si apre, alcuni come per fare autentica esperienza della presenza del Signore nelle nostre vite, perché tutti possiamo esserne rinvigoriti, illuminati, consolati. (Son molto grato al padre Amedeo Cencini, amico della nostra Chiesa e ascoltato maestro in alcuni nostri incontri formativi, per le preziose pagine Sete di Dio, Paoline 2007, a cui faccio volentieri riferimento per comprendere il binomio preghiera-desiderio).

Preghiera come luogo “anagrafico” dei desideri

C’è un come irrinunciabile e previo, impegnativo eppure saporosissimo: imparare a pregare ascoltando la Parola di colui che “mi ha amato e ha dato se stesso per me” (cf Gal 2,20), imparare a pregare davanti al Crocifisso-Risorto per noi, per me. È la “spada a doppio taglio” (Eb 4,12), che è la Parola di Dio che giudica salvando e la gratuità sconvolgente dell’amore incondizionato rivelato nel Figlio appeso al legno, ad illuminare ogni anfratto del cuore. Siamo così sospinti a dare un nome vero alle intenzioni sotterranee, alle motivazioni, ai pensieri, ai sentimenti, ad ogni Leviathan che si divincola dentro. A tutto quel mondo di desideri in aperto contrasto con il Vangelo, mondo agitato e agitante che ci tiene lontani da Dio, ma anche da noi stessi e dagli altri. Ma proprio in questa situazione di distanza da lui, prendendo coscienza che le sue vie non sono le nostre vie, proprio lì, facciamo esperienza di Dio.
È questa la preghiera dove tutti i desideri possono trovare spazio ed espressione senza rimanerne atterriti o affranti, l’unico spazio sacro dove possono essere chiamati per nome e dove si prende coscienza dei propri desideri soggettivi, “con timore e tremore” talvolta, ma in un’indispensabile operazione-verità che fa bene al nostro spirito. Ed è a questo punto che l’orante è in grado di scoprire qual è il desiderio di Dio ed evitare di confonderlo con il proprio. Di più. Nella preghiera, ogni desiderio può diventare strada che conduce a Dio; purificati, scavati, indirizzati verso la loro origine, ma, certo, “via a Dio”. Se è vero che immediatamente non possono essere resi innocui, è altrettanto vero che non possono e non devono essere espunti dalla preghiera. È proprio questa purificazione del desiderio che conduce il credente, passo passo, ad immedesimarsi con i desideri divini.
Desiderandoli.
È questa la preghiera che ha il marchio dell’autenticità anche se, va detto, è un itinerario non privo di pena.
In questo descensus ad inferos, i propri inferi, alla scoperta dei propri “demoni”, ci è dato di poter fare una ricognizione del nostro sottofondo creaturale, nell’altrimenti insondabile profondità dell’essere. Se desideriamo pregare cristianamente, questa realtà complessa e negativa del nostro cuore, deve pian piano emergere. E va ridetto: questa è già preghiera! Certo, non immediatamente gratificante, ma preghiera autentica.
I maestri di vita spirituale, ma anche i buoni conoscitori delle scienze umane, ci ricordano che l’individuazione di un desiderio oggettivamente in contrasto con i valori “ufficiali” professati, non è sempre automaticamente e immediatamente rilevabile. Anzi, più di una volta, esso tende a rimanere ben camuffato, inconscio. Ma non per questo domato così da essere ininfluente. Reprimere questi desideri con ripetuti e solenni atti volontaristici – e anche di ottima buona volontà – non giova. È necessario invece, evangelizzare questi desideri, facendoli venire seriamente a contatto con la Parola che salva, perché nessun’altra forza potrà ammansirli né altra luce illuminarli. Diversamente, questi desideri antievangelici, e dunque antiumani, si assidono piano piano nel cuore; più o meno sbadatamente li promuoviamo ad idoli e, così da noi autorizzati, dettano legge in casa nostra. Schiavizzandoci.

Preghiera come tempo di attesa e spazio del non esaudimento

Davanti alla pagina evangelica dove il Padre, proprietario di un patrimonio già diviso in due parti, che aspetta il ritorno del figlio prodigo per rifarlo erede di tutti i suoi beni apparentemente a scapito di suo fratello (cf Lc 15,11-32) o della preghiera – non esaudita – di Gesù al Getzemani (cf Lc 22,39-46), o al Padre che fa sorgere il sole sui malvagi e suoi buoni (cf Mt 5,45) e che non invia le schiere angeliche a difesa del Figlio (cf Mt 26,52), molti, anche tra noi cristiani, si scandalizzano. A cosa serve un Dio come questo? Anche noi possiamo portare in cuore un’idea distorta di Dio, neppure sfiorata dal Vangelo di Gesù, quella stessa che anche apostoli e discepoli portavano ben radicata e facevano fatica a deporre: un dio pronto ad intervenire, sempre dalla propria parte, per esaudire le proprie richieste, chiamato in causa per colmare la propria insufficienza. Ma questo dio nasce dai bisogni e da desideri solo umani e non coincide con il Padre svelatoci dalle parole e dalle scelte di vita del Figlio Gesù.
È l’assidua familiarità amorosa con le pagine evangeliche che smantella le idee caricaturali su Dio che ognuno porta dentro e ci conduce a non scandalizzarci di come il Padre si dice e si dona in Gesù. Quanti racconti evangelici, quante parabole ci parlano di richieste non esaudite, di bisogni, di consolazioni pretese come diritto dovuto! Quanta proliferazione di teologie da carnevale, proprio perché sentiamo il Vangelo senza ascoltarlo, possediamo la Bibbia senza aprirla, ci assidiamo alla mensa della Parola senza mangiarla.
L’esperienza tipica della preghiera cristiana è proprio “la non coincidenza tra l’attesa e la risposta, tra la grazia domandata e non concessa. È l’esperienza dell’‘intervallo’, quale spazio del silenzio e dell’assenza di Dio, del Dio che non si fa trovare dove noi gli abbiamo dato appuntamento, del Dio che sfugge al sottile ricatto dell’orante che vuole e pretende esaudimento, e lo cerca e provoca e non l’accontenta nei suoi piccoli desideri proprio perché impari a desiderare secondo quelli di Dio. […] Il tempo dell’intervallo è tempo dell’attesa e del mistero, componenti fondamentali della preghiera e dell’esperienza autentiche di Dio. L’incontro con il Dio di Gesù Cristo è sempre incontro con il radicalmente Altro, altro dai nostri desideri e aspettative” (A. Cencini).
In questo tempo di “assenza di Dio”, l’orante inizia ad allontanarsi da quanto percepisce come non autentico, non in linea con i desideri di Dio, antievangelico.
È un tempo duro pregare in questa condizione: i desideri dell’uomo vecchio si son rivelati in tutta la loro inconsistenza e pochezza e continuano a “sedurre”, mentre quelli dell’uomo nuovo, solo intravisti e appena gustati, ancora non lo attraggono con tutta la forza. Ma si deve sperimentare la fatica del pregare.
Fatica benedetta e irrinunciabile perché si possa giungere alla trasformazione dei desideri.
In questo tempo di preghiera più intensa, chiediamo allo Spirito di rievangelizzare la nostra preghiera personale e domandiamo umilmente di riscoprirla come tempo prezioso e intervallo santo. Quando ci rendiamo conto che i nostri desideri vecchi, mondani, pretenziosi e antievangelici non vengono accolti, gioiamo.
Lo Spirito ci sta facendo un grande regalo. Finalmente siamo costretti a interrogarci sul loro significato vero e profondo. Potremo scalpitare e adirarci perché Dio non li esaudisce, ma solo così siamo provocati a purificare la nostra fede, le idee contraffatte che ci siamo fatti di lui e a soppesare la fragile inconsistenza delle nostre richieste. Tutto e solo ciò che del nostro cuore si confronta con la promessa di Dio testimoniata dalla sua Parola, giungerà a tratteggiare in noi le fattezze del Figlio.
Tutta la tradizione spirituale, cristiana, di tutti i tempi e in mille modi, insegna che è proprio il tempo dell’attesa orante il tempo privilegiato in cui il desiderio di Dio viene purificato e diventa più intenso. Facciamo tanta fatica ad attendere e viviamo l’attesa come fonte di ansia e di incertezza, se non come frustrazione.

Preghiera come spazio di evangelizzazione dei desideri

Chi abita il proprio cuore e non ne frequenta solo le periferie, sa che la metamorfosi dei desideri non è né magica, né automatica, né immediata. La loro rielaborazione coincide con la propria esperienza di credente che (ri)costruisce e consolida la propria vita di fede. Ecco perché la preghiera risulta essere il luogo “naturale” di trasformazione di quei desideri scoperti come pagani e non evangelici. Nessun incantesimo in questa trasformazione: i desideri vecchi non vengono fatti né sparire, né sono annientati ma, proprio nella preghiera, inizia il processo della loro evangelizzazione. È solo nella preghiera autentica che si riesce a smascherare il rischio di proiettare su Dio i nostri desideri o di assoggettare Dio ad essi.
Così, forse, possiamo comprendere meglio la misteriosa parola di Gesù sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi (cf Lc 18,1). Perché pregare è reimpossessarsi della propria vita vivendola nella verità di noi stessi e di Dio.
Nessuna esistenza può essere condotta con faciloneria.
È per noi indispensabile comprendere, soppesare, discernere. Soprattutto per ciò che portiamo in cuore. E non c’è nulla, nella vita cristiana, che non possa e non debba essere messo a confronto con le parole e con i sentimenti del Figlio, l’unico Desiderio desiderato dal Padre; non c’è nulla che non possa diventare, nella preghiera, occasione di un confronto tra i nostri desideri e il Desiderio di Dio. E nessuno può delegare nessuno per rintracciare il significato racchiuso nelle singole, complesse e ambigue situazioni della propria esistenza, perché molteplici sono le opzioni possibili. Non esiste spazio più adatto per compiere tale discernimento che la preghiera ed è così che l’orante apprende a cogliere i desideri di Dio iniziando a desiderarli per sé.
Dicevo, all’inizio di queste righe, che nell’intrico dei propri desideri si può rischiare di rimanerne imbrigliati ed imbrogliati. Scavare il desiderio, per spalancare gli occhi sull’Origine di quel mistero che è il nostro desiderare, è possibile nella preghiera. Nella preghiera possiamo porci con verità la domanda sul contenuto e sull’origine dei nostri desideri e, risalendo di desiderio in desiderio, andando oltre gli oggetti che immediatamente ci seducono, cogliamo Dio stesso come orizzonte, radice e fine del nostro desiderare.
La cicatrice del divino, spesso seppellita nelle increspature dell’anima, inizia proprio in questa “archeologia del desiderio” compiuta nella preghiera, a manifestare la sua presenza e ad esigere cura e attenzione.
Rifiutarsi di scavare il proprio desiderio significa attendarsi alle periferie del proprio cuore, finendo per desiderare molto poco e quel poco in modo monotono e meccanico. Soprattutto non impara Dio e neppure impara se stesso, non riuscendo così ad entrare mai in dialogo con nessuno dei due! È indispensabile perciò, volgere il desiderio verso la sua origine e, anzi, bisogna sottoporlo ad una torsione che dice a quale tipo di rielaborazione, anche dolente, cui i desideri solo umani devono essere sottoposti.
Il luogo dove volgere “il desiderio umano verso il suo obiettivo naturale, che è costituito da Dio e da ciò che Dio desidera per l’uomo (e nell’uomo), è la preghiera e lo sguardo rivolto all’origine, cioè a Dio come fonte del desiderare umano, fa inevitabilmente saltare la misura semplicemente umana delle aspirazioni e spalanca lo spazio illimitato del desiderare divino. […] Scavare il desiderio significa cogliere qualcosa che c’è già, deposto da sempre nella nostra natura e nel nostro passato; torsione del desiderio vuol dire decidere liberamente di pensare e attuare il proprio futuro nella linea del desiderare divino” (A. Cencini).

Preghiera come scoperta della propria identità in Gesù Parola del Padre

La pagina di Vangelo che ci ha fin qui accompagnato, ci porta a scoprire che Gesù consegna la samaritana alla sua identità attuale – “mi ha detto tutto quello che ho fatto” – e alla sua identità ideale, contenuta, in qualche modo, in quell’acqua – “l’acqua che io darò diverrà... sorgente di acqua zampillante per la vita eterna” –. Ed è anche il momento che Gesù svela alla donna la sua identità: “Il Messia sono io che ti parlo”. In quell’incontro c’è un disvelamento vero e pieno di identità: alla donna è spalancato lo sguardo su chi in realtà è e, insieme, su ciò che è chiamata ad essere. E proprio a quella donna, Gesù consegnerà la sua identità di Messia.
Nella preghiera ci è donata la grazia e la gioia dell’apprendimento della identità attuale e ideale dell’orante: “È questo il momento decisivo: […] scoprire che dentro la Parola è nascosta la sua identità, che la Parola di Dio parla anche di lui, di quello che è chiamato ad essere.
La preghiera è il luogo naturale di questa scoperta; anzi, se nella preghiera non avviene questo contatto con l’io ideale ‘nascosto con Cristo in Dio’ (Col 3,3), la preghiera stessa rischia d’essere alienante, una sorta di fuga da se stessi e dalle asperità della vita, pericolo tutt’altro che irreale anche per chi dedica una buona parte del suo tempo all’orazione.
Il principio al quale va progressivamente educato il credente è che se Dio non soddisfa i desideri e non esaudisce le richieste del richiedente è perché vuol dargli ben altro, molto di più di quanto gli stia chiedendo, anzi vuole che egli entri in relazione con il datore dei doni, piuttosto che con i doni stessi. È ancora una volta la lezione che viene da quel grande maestro della preghiera che è Agostino: ‘Dio mette da parte ciò che non vuole darti subito, affinché tu impari a desiderare grandemente le cose grandi’” (A. Cencini). Chi prega scopre che il Figlio e i suoi sentimenti, sono la sua vera vocazione e la sua propria identità, la sua realizzazione e il suo io celato fino a quell’incontro.

VI. Da desideri nuovi a una nuova solidarietà

Un cuore fatto nuovo da desideri nuovi e nuovi perché evangelizzati, può partorire uno sguardo nuovo, oltre che sul volto di Dio e sul nostro stesso volto, anche su quello delle persone che ci vivono a fianco. Fino a scoprirli così talmente nuovi, da individuarli come sorelle e come fratelli. Le sollecitazioni sul cuore, sul desiderio, sulle relazioni personali e sulla preghiera che vi ho voluto consegnare per accompagnarvi in questa Quaresima e Pasqua 2015, a partire dall’incontro della samaritana con Gesù, ci conducono ad una rinnovata solidarietà. Se la nostra conversione quaresimale e pasquale non sfociassero in un di più di amore che apre gli occhi sull’altro, che si accorge dell’altro e se ne prende cura, sarebbe vana e scandalosa.
Papa Francesco, nel suo messaggio per la Quaresima, ci indica la formazione del cuore come antidoto alla globalizzazione dell’indifferenza: “Avere un cuore misericordioso non significa avere un cuore debole [… ma] vigile e generoso, che non si lascia chiudere in se stesso e non cade nella vertigine della globalizzazione dell’indifferenza […]. Questa attitudine egoistica, di indifferenza, ha preso oggi una dimensione mondiale, a tal punto che possiamo parlare di una globalizzazione dell’indifferenza […]. L’indifferenza verso il prossimo e verso Dio è una reale tentazione anche per noi cristiani. Abbiamo perciò bisogno di sentire in ogni Quaresima il grido dei profeti che alzano la voce e ci svegliano”.
Dio non è indifferente a noi. Possiamo essere indifferenti verso fratelli e sorelle, così prossimi da condividerne condomìni, strade, ambulatori, negozi, luoghi di lavoro, parrocchia? Da cristiani la risposta è no! In questo medesimo tempo, l’anno scorso vi scrivevo: “Per vivere da fratelli non possiamo aspettare di diventare ricchi, non possiamo invocare tempi più prosperi, non possiamo tergiversare, perché qualcuno ci potrebbe marciare.
Se vogliamo costruire una reale fraternità, se vogliamo donare vita […] diffidiamo dell’elemosina che non costa e non duole”. Ce lo ridiciamo fraternamente l’un l’altro anche oggi, ma oggi con maggior impellenza.

* Messaggio per accompagnare la Comunità cristiana nei novanta santi giorni della Quaresima-Pasqua 201