I giovani e le scelte della vita

relatore P. Paolo Bizzeti (Compagnia di Gesù).
Centro di Pastorale diocesano di Montagnese, Alghero, 12 febbraio 2014

 

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Registrazione audio del 12 febbraio 2014 presso il Centro di Pastorale di Monte Agnese, Alghero 

 (a cura di Giovanni C.):



Trascrizione (non integrale) dalla registrazione dell’incontro
ATTENZIONE: la trascrizione riportata non è stata verificata né autorizzata da parte di nessuno degli intervenuti.

Padre Paolo:

Alcune considerazioni che aiutino sia sul versante del comprendere la situazione nella quale ci troviamo, sia sul versante del guardare più da vicino quali possano essere i passi corretti per un’educazione di base dei giovani, perché poi possano porsi la domanda vocazionale in senso più stretto (matrimonio, presbiterato, ecc.) e poi qualcosa sugli elementi di discernimento, a cosa essere attenti quando si parla di discernimento vocazionale...
Alla fine ci sarà spazio per delle domande... per venire incontro a quello che desiderate maggiormente approfondire.

Prima cosa, vorrei dire qualcosa sulla situazione culturale nella quale ci troviamo cercando di guardare più da vicino, a livello di sociologia religiosa, qual è la situazione in cui ci troviamo, come inseriti in un’area più vasta, l’area dell’Europa, caratterizzata frequentemente dalla secolarizzazione. Per evitare che queste parole poi diventino degli slogan che dicono tutto e niente, andiamo a vedere da vicino fondandoci su alcune indagini di sociologia religiosa; in particolare mi rifaccio a un volume di Josè Casanova, uno dei grandi studiosi della religiosità nel mondo e in Europa. Vediamo un po’ i dati, cosa ci dicono. Queste indagini hanno validità limitata ma ci possono dire qualcosa sull’insieme. Bene, se noi guardiamo queste statistiche ci accorgiamo che il numero delle persone in Europa, eccetto Germania est e rep. Ceca, ancora il 50% delle persone intervistate dicono di credere in Dio, quindi non è vero che viviamo in un mondo di atei. Ma se noi guardiamo poi il numero di coloro che dichiarano di avere avuto una esperienza religiosa personale, già qui si cala bruscamente del 20%. Se poi andiamo a vedere il numero di coloro che credono nel Dio personale Giudeo-Cristiano si cala ulteriormente. D’altra parte c’è un numero ancora significativo di persone più alto di questo dato, intorno al 20-30%, di persone che dicono di pregare più volte al mese e ancora più alto è il numero di coloro che credono nei miracoli ma d’altra parte è più basso il numero di coloro che credono in un Dio interessato all’uomo. Allora cosa possiamo tirare fuori da queste statistiche? Che sebbene la maggioranza della popolazione per la maggior parte dei Paesi europei mantiene ancora un qualche tipo di credenza generale in Dio, però la profondità e l’estensione della religiosità a livello individuale in Europa è piuttosto bassa in quanto coloro che professano la fede in un dio personale, che pregano con una certa regolarità e quelli che affermano di aver avuto una esperienza religiosa personale, è una piccola minoranza (in Europa). D’altra parte c’è ancora un buon numero di persone che crede in una vita dopo la morte e questo sembra in crescita nei giovani e questo è un indice che c’è un desiderio di trascendenza anche nella nostra Europa secolarizzata. E tutto questo a livello individuale. Ma quando si passa a vedere la religione a livello associativo, partecipativo di una qualche comunità religiosa, e qui non stiamo parlando solo del cristianesimo ma delle grandi religioni, qui la situazione peggiora. E si è ad una media europea del 20% per le persone che frequentano regolarmente anche se i cattolici e i mussulmani hanno delle punte in alcuni paesi sino al 40%. Ma questa religione vista a livello associativo-partecipativo, ha una specifica molto precisa: cioè ... “gente che crede senza appartenere”, tuttavia le chiese o le grandi organizzazioni religiose a livello nazionale, quelle che organizzano le festività, sono considerate da un buon numero di europei come qualcosa di positivo, dei beni pubblici. Ci troviamo di fronte ad un panorama complesso e estremamente variegato. Tra quelli che credono a una vita dopo la morte, alle grandi feste, Natale, Pasqua,  Santo patrono, Sacrificio di Ismaele, Ramadan, poi d’altra parte vanno poco in chiesa o in moschea. Dicono di avere una certa fede ma l’appartenenza è molto in discussione.

Quali sono le radici di questa speciale particolare secolarizzazione. Secondo i sociologi della religione sembra che la secolarizzazione come c’è in Europa non c’è in altre parti del mondo, anche secolarizzato (Giappone ecc). in Europa la secolarizzazione ha delle caratteristiche specifiche che sembrano trovare le radici a partire dalle grandi guerre di religione del 600. Vi ricordate che nell’Europa del 600 c’è stato un secolo di guerre religiose che hanno determinato il sorgere di quello che è chiamato il deismo, cioè una religione senza bisogno di chiese perché l’appartenenza a una chiesa era fonte di conflitti sociali e quindi si è cominciato a distinguere un credere in Dio senza compromettersi a quel tempo con i cattolici o con i protestanti. Inoltre con l’Illuminismo si sono sviluppate tre grandi critiche che sono influenti sino ad oggi. La prima, cosiddetta critica cognitiva della religione, cioè la religione ha una visione primitiva del mondo, prerazionale, poteva essere sostituita dal progresso della scienza e dal pensiero razionale. Poi la critica politica: la religione e soprattutto il mondo ecclesiastico vista come una cospirazione di governanti e sacerdoti per mantenere la gente ignorante e oppressa, una condizione che deve essere superata dal progresso della sovranità popolare, della democrazia, ecc. E infine la critica umanistica dell’idea di Dio, un Dio visto, dice il capostipite, come alienante l’uomo o come negazione dei bisogni naturali dell’uomo o come proiezione di aspirazioni e desideri umani, quindi una critica che ha postulato la morte di Dio come premessa di una emancipazione umana. Se vuoi essere umano devi rinunciare alla religione perché la religione è qualche cosa che non si coniuga bene con lo sviluppo della propria umanità. Ora naturalmente ognuna di queste tre critiche varia da Paese a Paese, però mediamente  ognuna di queste critiche ha influenzato  i moderni movimenti sociali, i partiti politici, hanno fatto crescere la filosofia per cui lo stato normale dell’evoluzione dell’umanità va verso la fine della religione. Negli anni ‘60 si diceva addirittura la morte di Dio, questo non è avvenuto, ci sono stati dei clamorosi, diciamo, sbagli sulle proiezioni, però vedete come è diventato... Non si è passati ad un ateismo di massa ad un disinteresse totale per il fatto religioso, permane un interesse religioso, abbiamo vista che la metà degli europei dice di credere ancora in Dio, ecc, però ha determinato questo distacco da una appartenenza e ancora di più ha finito per creare una concezione della religione come mondo alternativo che non si coniuga con l’intelligenza, con la ragione per esempio. Allora questa mentalità ha finito per influenzare non soltanto le persone che sono distaccate dalla Chiesa, dalle chiese, ma ha finito per diventare una convinzione comune anche a coloro che vanno in chiesa; per esempio questa idea che la fede va da una parte e la religione da un'altra è una convinzione che hanno spesso anche persone che vengono in chiesa, devoti, tradizionalisti, che non negano la loro fede, la loro religione, magari partecipano attivamente, però si è formata l’idea che se credo questa non è una cosa che riguarda la ragione. Per questo opportunamente papa Benedetto XVI ha fatto l’enciclica Fides et Ratio per cercare di aiutare a riflettere sul fatto che fede e ragione non sono due mondi che procedono paralleli. Secondo, una vera promozione umana non può avvenire senza anche un corretto spazio lasciato alla religione, all’esperienza di Dio, all’esprimere la propria esperienza di dio. Mentre invece anche per molte persone di Chiesa la religione riguarda il mio destino ultraterreno, la mia anima. Non è qualcosa che primariamente riguarda l’uomo, la crescita dell’uomo, una vera promozione umana, si tende a vivere in modi molto settoriali, c’è la religione da una parte e poi c’è la crescita, il progresso umano, ecc.

Se noi andiamo a vedere più da vicino la vita di molti cristiani anche praticanti ci accorgeremo che la concezione che hanno della esperienza di Dio e di tutti i modi che hanno per esprimerla è qualche cosa che si è accettato di fatto in Europa che riguarda un po’ l’ambito privato, l’ambito personale o l’ambito della mia chiesa; ma quando si parla a livello sociale, politico, ecc, non si parla di queste cose come se la religione fosse un mondo a parte. Questa idea della religione come un mondo a parte è qualcosa dunque che ha finito per contaminare tutti. Faccio un esempio, quando si è trattato dell’ammissione della Turchia nella U.E., si sono fatti tutta una serie di parametri per vedere se questo Paese è pronto, il fatto religioso non è stato preso in considerazione, non interessa. Parliamo di economia, di diritti dell’uomo, ma come viene, se c’è o non c’è una vera libertà religiosa, se le varie religioni effettivamente godono di pari diritti, cioè se il fatto religioso è un fatto socialmente rilevante da rispettare, sembra che gli europei, cristiani anche, non siano interessati a questo..  Questo significa che la religione è un po’ concepita come qualcosa che riguarda la gente religiosa, i preti, le chiese cristiane, le moschee, gli iman, ecc. Mentre invece, vedete, non ci può essere una vera vita sociale umana funzionante se la religione non ha un posto ad hoc, riconosciuto, che dovrà avere anche i suoi confini, ma è un fatto rilevante per una società.
Non si dà una società autentica, giusta, se non si affronta l’esperienza religiosa come qualcosa di fondamentalmente umano, come qualcosa che deve avere il suo rispetto e riconoscimento a livello umano, sociale, ecc. Pensate in Italia alla situazione delle scuole private.... il problema è che un fattore religioso diventa discriminante e questo non è un fatto che riguarda l’ateismo ma me come cittadino; cosa vuol dire offrire una varietà di possibilità, di insegnamento, di scuole, alle giovani generazione. Ma questa mentalità molto spesso ce l’hanno anche i cattolici che si sono abituati , hanno fatto loro questi dogmi della critica illuministica per cui la religione è qualche cosa di privato o che riguarda certe organizzazioni, non è un fatto che riguarda tutti i cittadini. Allora in questa situazione dove non ci troviamo di fronte a quella massiccia opposizione che magari c’era negli anni in cui un certo comunismo predicava l’ateismo, non siamo in una cultura che disprezza in via di principio il credere in Dio. Siamo in una situazione dove di fatto gli spazi per una esperienza di incontro con Dio è qualcosa che non è rispettato né sufficiente mente tematizzato.

Allora mi sono domandato: ma nella Bibbia possiamo trovare una situazione in qualche modo simile? Mi è venuto in mente un versetto, 1Samuele 1, dove si dice che la parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti... Allora mi sono detto ma guarda forse c’è qualcosa di questo tipo fra di noi oggi. Non siamo perseguitati, siamo un paese dove ognuno può coltivare la propria religione. Eppure la parola di Dio è rara, eppure l’esperienza di Dio non è frequente. Ma cosa ci racconta la Bibbia dopo aver fatto questa affermazione su questa epoca; ci dice che il Signore chiama il giovane Samuele (ricordate la sua storia...).

“Quando il Signore chiama mettiti in atteggiamento di ascolto, anche di dialogo con il Signore...”. Allora quale esperienza dobbiamo trarre per noi? Prima di tutto credo che noi cristiani dobbiamo credere fortemente che il Signore parla soprattutto in questo tempo; in questa situazione qua il Signore, potremmo dire, riprende lui in pieno la sua iniziativa.

L’ascensione di Gesù non è l’andare in pensione di Gesù. Egli è il protagonista dell’evangelizzazione. Dovunque gli apostoli arrivano c’è il Signore che li guida, che apre le strade...
Allora il Signore parla, sempre, ma soprattutto in questa epoca. Soprattutto in questa epoca incontriamo persone che attraverso le più diverse esperienze si sono sentite toccate da Dio in un modo che non sanno ancora riconoscere come il piccolo Samuele. Fanno confusione, magari hanno una esperienza e la traducono, in un modo non corretto, però hanno questa esperienza; il Signore ha toccato il loro cuore. Ma allora attenzione, se il Signore parla a una persona, lo chiama, qui siamo di fronte proprio a quel nostro argomento, la vocazione ed è facile dire, nei nostri contesti che Dio ha una vocazione particolare per ciascuno e non di rado tutto quello che ruota intorno al problema vocazionale sembra presupporre un disegno di Dio sui di noi. Avete presente quella canzoncina che tante volte si cantava nei diversi contesti liturgici “nel mare del silenzio... avevi scritto già il tuo disegno su di me”? Questa mentalità è molto diffusa, anche tra gli operatori vocazionali, tra gli educatori, ecc.: Dio ha un progetto su di te, una vocazione particolare su ti te... ma attenzione perché impostare così le cose è qualcosa di molto delicato e può creare più problemi che non  aiuto. Posta in questi termini, l’affermazione che Dio ha una volontà  particolare su ciascuno di noi, non possiamo nascondere il nostro imbarazzo. Certo ci sono giorni in cui sarebbe rassicurane e confortante nelle ore di dubbio e difficoltà saper che quello che stiamo vivendo si inscrive in un disegno di Dio previsto da tutta l’eternità in cui ogni elemento della nostra vita, lieto o triste che sia, trova il proprio posto e il proprio senso. Però se poi ci riflettiamo un po’, ci accorgiamo che qualcosa protesta dentro di noi: Dio dunque ci porrebbe un programma da riempire stabilito al di fuori di noi, spesso senza darci dei mezzi sicuri per conoscerlo? Perché se le parole hanno un senso e si vorrebbe parlare della volontà di Dio, allora in questo senso diventa un incubo. Quale angoscia quando si trattasse di scegliere. Ogni errore, ogni ritardo, sarebbero drammatici. Ponendoci, anche se magari involontariamente, al di fuori del suo progetto noi avremmo perduto, rovinato tutto; e questo tanto più facilmente in quanto sappiamo bene che le vie di Dio non sono le nostre vie (Isaia) e ogni giorno ci rendiamo conto di quanto sia difficile, faticoso, discernere questa volontà di Dio. Ora una idea in Dio che ci pone davanti a dei crocevia di cui uno solo è quello buono (una rotonda con 5 uscite e una sola è quella giusta e noi siamo lì che giriamo intorno a quella rotonda angosciati perché non abbiamo un navigatore che ci dice quale uscita). Se Dio ci ponesse di fronte a un crocevia senza darci i mezzi per riconoscere qual è la vera strada, noi dobbiamo dire che abbiamo un idea di Dio come di un dio perverso, difficilmente conciliabile col Dio dell’alleanza, difficilmente conciliabile col Dio che ci presenta la bibbia dove invece sembra esattamente il contrario, che sia Dio che debba arrancare dietro il suo popolo, non il popolo e questa è la storia della salvezza. Allora è vero da Abramo sino a Pietro la storia della salvezza abbonda di esempi di uomini chiamati ad una vita nuova per una missione precisa, che trova spesso il suo simbolo dietro il cambiamento del nome (ti chiamerai Abramo, Israele, Pietro...) la missione di Mosè, di Geremia, di Paolo sembrano rispondere ad una missione particolare di Dio. Ma se guardiamo con attenzione ci accorgiamo che la missione di Paolo non la poteva svolgere Pietro e viceversa. Dio non ha chiamato a caso, non ha scritto prima un disegno, ma invece si è inserito in una storia in un carattere, in talenti umani che abilitavano a compiere certe imprese e non altre. Allora come educatori dovendo aiutare dei giovani a scegliere un orientamento di vita, se qualcuno viene e parlando con qualcuno di questi ragazzi ci dice “vorrei fare la volontà di Dio, non vorrei sbagliarmi, vogliamo un consiglio da lei sacerdote, da lei catechista, educatore, per avere i mezzi, per sapere se sto facendo la volontà di Dio”; forse come prima cosa dovremmo dire questa: la volontà di Dio non è prima di tutto che tu scelga questo o quello da lui stabilito al di fuori di te prima di te; scegli tu stesso nei termini di una riflessione leale che non tenga troppo te stesso al centro, che non sia dettata dalla paura, cerca di vedere qual è il modo più fecondo, più lieto di realizzare la tua vita, perché la tua vita è una risposta di amore ad un amore che ti ha prevenuto e ti sostiene in ogni istante, ma non ha deciso per te, non è l’architetto e l’ingegnere che ha fatto tutto il disegno della casa, anche il progetto esecutivo e tu devi semplicemente eseguire, non sei semplicemente un manovale. Tenuto conto di quello che sei, del tuo passato, della tua storia, degli incontri che hai fatto, della tua percezione che puoi avere della Chiesa e del Mondo, quale risposta tu puoi dare, come ti puoi coinvolgere, come puoi portare il sapore del Vangelo in queste situazioni. Questa risposta è qualcosa che devi inventare tu, certo dialogando con Lui ma anche dialogando con te stesso, con gli altri che ti conoscono. Non si tratta allora di scoprire e di eseguire un programma prestabilito ma di aiutare a far nascere una creatività, una risposta, una fedeltà a quegli input profondi che danno pace, danno gioia, danno senso. Se si impostano le cose in questo modo è un cambiamento veramente molto radicale, molto liberante. Oggi infatti per completare un po’ quell’analisi di prima, noi siamo di fronte ad una generazione di giovani che ha un forte senso di morte, che si trova di fronte a un vuoto, a fare i conti con un vuoto che aleggia nella sua vita in modo più o meno consapevole. Noi ci troviamo di fronte ad una condizione di giovani che hanno acuto il senso di trovarsi in un mondo poco ospitale, dove i giovani sono un problema. Non è carino entrare in una casa e sentire che tu sei un problema, non ci vai volentieri, non ci resti volentieri; ma questo è quello che noi trasmettiamo: che i giovani sono un problema, che non c’è posto per loro, che sono un peso, che non abbiamo posti di lavoro per loro. La vita è qualcosa di ostile per chi cresce oggi.
Allora i buon i educatori cattolici spesso rischiano di colpevolizzare questa situazione invitando per esempio ad avere più ideali... ma sono parole che diciamo ma poi il messaggio che passa, la testimonianza che noi diamo non è per niente in questa linea. La nostra generazione, la generazione degli educatori non è serena, non offre una testimonianza convincente. Vedendo noi adulti ai giovani non gli viene spontaneo dire che stiamo bene a questo mondo, che siamo pieni di lode e gratitudine per il Signore, che siamo fieri del cammino fatto e della civiltà che abbiamo messo in piedi. Se siamo onesti siamo in crisi da morire, noi prima di loro. In qualche modo dobbiamo riconoscere che tutti noi siamo nella situazione del Sabato Santo con il suo carico di incertezze, di contraddizioni, di sospensione, di disagio. Diciamo, c’è una cultura della morte ma non solo per l’aborto, l’eutanasia, ma anche per esempio con la richiesta di introdurre la pena di morte, con l’indifferenza della vita di milioni di persone. Madre Teresa diceva che il grande peccato del XX secolo è l’indifferenza. Con il disprezzo per l’esistenza propria e altrui. Con l’uso della sessualità per vendere dei prodotti che manifestano altro che la gioia per un Dio creatore che ci ha fatti sessuati, sono semplicemente delle esche. Non parliamo poi di quella cultura di morte che si esprime nell’ozio camuffato di sicurezza economica e promosso da uno Stato che propaganda vittorie miliardarie senza muovere un dito. Compri il biglietto, giochi alla lotteria... sei fortunato, è il trionfo della fortuna, e questo qui è lo Stato che lo propone, siamo noi che siamo complici di questa colossale truffa organizzata, di promettere a uno di fargli guadagnare 5 milioni di euro senza faticare: è una colletta iniqua che viene fatta spolpando milioni di persone per renderne una particolarmente infelice, perché, sono le statistiche che lo dicono, il 90% di quelli che hanno avuto grandi vincite si sono rovinate la vita. Ma soprattutto per quello che ci sta dietro, cioè che il lavoro è qualcosa che non è buono, che non vale. Quello che vale è avere tanti soldi subito, senza fatica. In questa situazione, dunque, di cultura di morte non basta che noi parliamo della risurrezione, non è nemmeno utile che noi parliamo prima di tutto dalla salvezza dalla morte. Noi dobbiamo piuttosto educare al gusto della vita, di questa vita, e a cercare le modalità con cui questa vita può funzionare meglio. Se noi guardiamo come Dio ha educato il suo popolo, ci accorgiamo che per circa 1500 anni il Signore non ha ritenuto di dover parlare alla sua gente di quanto avveniva post-mortem. Vi rendete conto che questo nostro Dio per educare i suoi figli a diventare i figli, per 1500 anni ha ignorato i problemi del postmortem, contrariamente a quello che facevano tutte le religioni circostanti. Invece ha lottato tenacemente per fare entrare nel popolo dalla dura cervice l’amore alla vita in tutte le sue forme sin dall’inizio. Il primo comandamento, genesi 2,15, non è non peccare, il primo comandamento è coltivare e custodire (il giardino). (radici semantiche...culto..) Si educa al culto divino anche coltivando il campo,... a sviluppare le potenzialità di questa creazione. All’inizio la prima parola che il Signore dice quando vede il mondo è che è TOV, che significa non solo buono, ma anche utile, fruibile, piacevole, sostenibile. Sviluppo sostenibile si dice giustamente oggi, TOV. Allora se il mondo è piacevole, se guardiamo a un mondo come lo vede Dio, se il mondo è bello ed è bello viverci, allora il primo senso da dare alla propria vita è quello di renderlo più bello, farlo crescere, renderlo sempre più abitabile, coniugare sempre più l’umano con il divino. Alle giovani coppie la Bibbia racconta di come i figli siano la loro vittoria sulla morte e di come la benedizione sia prima di tutto legata alla fecondità. Nella Bibbia questo concetto della benedizione nasce prima di tutto dalla fecondità delle greggi. Al popolo che vive in condizioni disumane in Egitto il Signore non insegna a soffrire in silenzio né a costruirsi una mistica del dolore per redimere il mondo, lo scuote prospettandogli un progetto di liberazione in risposta al grido di aiuto che il popolo leva verso il cielo. Lo invita a credere che è possibile una vita migliore, che è possibile scappare dalle grinfie del faraone. Nel deserto il Signore rieduca la sua gente che è abituata a vendersi per un piatto di cipolle, per un posto fisso in qualche pubblica istituzione (oggi il sogno numero uno dei genitori che hanno i figli senza lavoro). È un lungo e duro lavoro che il Signore porta avanti per educare al sabato: imparare a fare shabbat, riposo, cessazione. Il Signore ha dovuto aspettare il tempo dell’esilio babilonese quando si è capito che più ancora che il tempio di Gerusalemme, più ancora che tutte le liturgie, che l’indipendenza politica, per restare popolo di Dio bisognava fare due cose: ascoltare la Parola (è nel tempo dell’esilio babilonese che nasce la sinagoga), un fatto laico  possibile anche in tempi di crisi di vocazioni sacerdotali perché un gruppo di laici può trovarsi a leggere la parola di Dio, a pregare la parola di Dio, poi qualcuno anche studierà un poco, ecc. e poi lo Shabbat, il sabato, cioè imparare a godere della creazione, imparare a non far si che il lavoro diventi totalizzante. È inutile che noi chiediamo alle giovani famiglie di avere uno stile di vita cristiano quando devono lavorare 6 giorni su 6 : la domenica non esiste più, e tutto il resto... Facciamo presto a lamentarci dei bambini che vengono su con i problemi affettivi ma quando è che hanno tempo i giovani padri, madri di stare con i loro figli ché ormai il mondo del lavoro ti chiede l’anima se vuoi avere una certa carriera. Allora una educazione dei giovani consisterà veramente nell’annunciare la bellezza della creazione non tanto con le parole ma attraverso percorsi che siano scuole dello stupore.
Come mi piacerebbe che accanto alle scuole di teologia nascessero le scuole dello stupore.  Nell’introduzione al gustare le possibilità di vita reali che sono loro offerte nella vita quotidiana, vincendo le illusioni di evasione su cui fanno leva le aziende del tempo libero. Nel formare al senso del riposo che è ordinare il tempo e avere un tempo dedicato a benedire Dio, al senso della vita. L’umanità dalle nostre parti non è mai stata ricca come adesso. Un uomo di 150 anni fa se venisse oggi direbbe “voi siete tutti straricchi”, anche i più poveri. Però noi consumiamo, non godiamo. Questo è il punto. Abbiamo enormi possibilità, ma non sappiamo goderne. Le giornate di riposo, di svago sono diventate massacranti: il lunedì mattina è il momento in cui ci sono più incidenti sul lavoro in assoluto (non siamo ritornati al lavoro riposati, tranquilli sereni, no, stressati il doppio...). allora c’è tutto un lavoro di rieducazione alla riconciliazione, riconciliazione con l’ambiente familiare, con il lavoro, con la città,... e tutto questo appunto forma la sapienza. I Libri Sapienziali sono degli illustri sconosciuti nella nostra pastorale. Eppure la sapienza nella bibbia non è l’arte di sapere tante cose. La sapienza è l’arte di vivere, l’arte di gustare il cibo, l’arte di consumare il necessario, evitando gli sprechi di luce, acqua, risorse. Imparare a coniugare la laboriosità con l’ascolto della parola di Dio, con la preghiera. La civiltà europea è nata in buona misura dai benedettini. “Ora et labora” ha fondato la civiltà europea. Educare all’amore della custodia del giardino. Sull’ecologia noi cristiani siamo arrivati buon’ultimi. Ma l’ecologia certamente biblica non è soltanto alberi e prati da difendere ma anche uso delle materie prime, anche gusto di usare i colori, le note musicali. Educare a quell’amore per la vita degli uomini che porta a riconciliare economia e spiritualità, politica e vita di fede. Noi siamo in un’Italia che tutti vediamo massacrata dai politici; ma noi cristiani quale contributo abbiamo dato? Meglio stendere un velo pietoso...Un tempo c’erano i doveri di Stato: lo studio. Il lavoro, lo stare con gli altri, i beni comuni. dobbiamo ritornare con modalità magari nuove ma se dobbiamo educare un contesto nel quale poi con una vocazione speciale, quella del matrimonio, che ci vuole dell’eroismo (come quella sacerdotale, religiosa...) bisogna che ci sia un substrato umano. Pensiamo un po’ di più e formiamoci un po’ di più su quei 30 anni della vita di Gesù (gli 11 dodicesimi della sua vita), in cui Lui per fare il mestiere di Messia, non per aspettare, ha pensato bene di fare il carpentiere. Una citazione di Padre Rossi De Gasperi “è vero che la redenzione passa per la croce di Gesù, ma il fine dell’economia della croce è ristabilire la creazione; la nuova creazione non è una seconda creazione ma la restaurazione di questa prima creazione. Dio non ha fatto un primo mondo perché vuole che vada in pezzi...egli vuole che tutto quello che egli ha creato sia salvato. I nuovi cieli e terra, che noi aspettiamo, sono questo mondo salvato da Dio”. Dio non ha mondi da buttare via, non ha umanità da sprecare, non crea creature perché vadano perdute o siano abbandonate o rimpiazzate da altre... smetter di pensare che parlare di cielo voglia dire essere infedeli alla terra, come prima diceva “smettere di dire che parlare di umano sia contrapposto al divino e viceversa”. E ancora il Padre Rossi De Gasperi dice “io vedo Gesù come un uomo che è sfuggito al fanatismo degli spirituali, i Chassidim di Gerusalemme, quelli che non coltivano la terra e solo pregano e studiano sui libri”. Gesù non era un religioso in questo senso, egli era un carpentiere, un muratore, un uomo di villaggio; la religione non era la sua professione. Un uomo che d’altra parte sfugge anche al fanatismo laico, di coloro che si occupano solo degli affari, del guadagno, del potere, della politica, della mondanità di questo mondo. E che pensano che la fede e la religione rappresentino una alienazione dell’uomo nel mondo. È stata notata la differenza tra Paolo e Gesù; Paolo è un cittadino, e il suo modo di parlare in fondo è quello di un intellettuale anche se qualche volta usa metafore agricole; ma Gesù è molto più integrato nella sua terra, i suoi discorsi sono meno intellettuali, molto più concreti e intelligenti. Comprendo specialmente in questo senso il ministero esorcistico e taumaturgico di Gesù: perché egli era tanto interessato a scacciare i demoni? Perché lì egli incontrava una devastazione della creazione. Gesù guariva le malattie per risanare il mondo che Dio ha fatto; egli non era in cura di anime ma in cerca di uomini e di donne. Pensate a come Gesù è aperto alla creazione ogni volta che dice “il regno dei cieli è come...” e poi dice “come un pezzo di creazione, come una rete di pesci, un seminatore, una donna che fa il pane”. Proprio questo mondo preso sul serio nella sua realtà significa il Regno dei cieli, quando viene conosciuto attraverso la conoscenza di Gesù che ce lo rivela da parte del Padre. Questo mondo è diventato luogo di saccheggio, di violazione, di abuso turistico di distruzione ecologica. Il Figlio ci rivela il vero senso delle cose, è questa la sacramentalità di Gesù.
Allora mi avvio a concludere dicendo: cosa richiede da parte dell’educatore l’accompagnare, qualche cosa sull’accompagnamento, di giovani in cerca della loro strada?
Richiede flessibilità; ricordiamoci che ogni persona è diversa, dobbiamo conoscerne la storia, le ferite, i drammi, le gioie, le aspirazioni, che magari a fatica confessa.
Bisogna che abbia una certa ampiezza di vedute. Non si può continuare a presentare soltanto la vocazione matrimoniale e la vocazione nel senso normale del termine, prete, suora, così. Ognuno alla fine ha la sua vocazione, in qualche modo.
Io così, tanto per usare una reazione biblica dico che ci sono 7 vocazioni fondamentali e 7 specifiche. Ve le dico, per vedere se vi possono dire qualcosa. Anzi le vocazioni, prima le chiamavo fondamentali, adesso le chiamo ineludibili. La prima vocazione è alla vita, a vivere; imparare ad affezionarsi alla vita non è semplice. Seconda vocazione a vivere una vita nel corpo, cioè nel limite, nel limite, accettando il limite come un dato ineludibile. Terza vocazione a vivere da uomo o da donna; essere contento di essere uomo, essere contenta di essere donna. Quarta vocazione, continuare la creazione, il lavoro. Quinta vocazione, essere persone libere; non è vero che il mondo va male perché ci sono alcuni cattivoni, perché abbiamo una classe politica corrotta: l’abbiamo votata noi, li sosteniamo noi, li seguiamo noi, ci lasciamo ricattare da loro; se fossimo un po’ più liberi sapremo dire dei no; e qualunque scelta va bene se nasce dalla libertà, se no, non ci siamo. Sesta vocazione, la vocazione alla fraternità, cioè a vivere con gli altri; l’individualismo spaventoso da cui è segnata la nostra civiltà dice che è diventato problematico vivere gli uni accanto agli altri. Settima vocazione, per arrivare a dare la vita, chiamati a dare la vita, così da ricevere la vita. Queste 7 vocazioni ineludibili sono un’unica vocazione: la vocazione ad amare.
Le 7 vocazioni specifiche per me sono queste, con qualche ovviamente semplificazione: il matrimonio cristiano che è una particolare formula di matrimonio, tanto più oggi. Secondo la vita laicale consacrata, suora, fratello, monaco; terza, il presbiterato; la quarta, la vita consacrata più il presbiterato. La quinta, la vocazione che esprimono gli istituti secolari cioè la persona che vive nel mondo ma ha fatto del suo essere nel mondo un modo con cui è consacrata a Dio. La sesta una professione vissuta come una missione totalizzante, per esempio san Giuseppe Moscati, medico che ha saputo vivere la sua professione come una missione totalizzante. Don Milani diceva che per fare l’insegnante uno non c’ha molto tempo per fare altro, se lo vuole fare davvero. Settima vocazione, la vocazione forse di moltissime persone, soprattutto quando hanno passato una certa età, a riconoscere la propria vita di fatto come vocazione invece di continuare a sognare o a rimpiangere. Il matrimonio è fallito, forse non trovi più una compagna o un compagno, non puoi continuare a sognare o a piangerti addosso. La tua vita così come si è svolta, Dio la sposa e diventa quella il luogo dove tu sei chiamato a rispondere. La tua vita come di fatto si è venuta configurando, per i peccati tuoi, degli altri, per le ingiustizie ricevute, perché ti hanno bocciato, non ti hanno preso a quel concorso che meritavi di vincere, perché un altro aveva raccomandazioni migliori delle tue... quale che sia, guarda, ad un certo momento, se vuoi entrare in una prospettiva di vocazione cristiana, devi smettere di lamentarti, piangere: prendertela con qualcuno è auto-autorizzarti a non fare nulla, invece di riconoscere la tua vita così come di fatto si è venuta configurandola come vocazione, un luogo dove Dio ti chiama a fare qualcosa di buono, di bello per il Regno.

Padre Mauro Maria:

mi pare che ci abbia proprio riportato, p. Paolo, in quello che è il tentativo che in questi anni stiamo cercando di mettere a frutto, cioè questo grande “si” di Dio alla nostra esistenza. Stiamo facendo questo ascolto della Parola; e più che, direi, piccole indicazioni vocazionali per fare animazione vocazionale, mi pare che abbiamo ricevuto i grandi orizzonti da dove può nascere una vocazione. Qui non si tratta di riaprire un seminario o di tirare fuori qualche suora o qualche prete, ce ne sarebbe bisogno..., ma il discorso qui è stato impostato giustamente; questa è la verità, direi, dentro questo amore per la vita, lo ripeto continuamente, quei dodici capitoli di Genesi dove c’è un umano più o meno disfatto, più o meno bello, c’è un si innamorato di Dio su quello umano. È l’humus perché venga fuori ogni tipo di vocazione. Grazie, padre Paolo, perché ci hai rilanciato dentro questa realtà, senza conoscere il nostro cammino. Certamente una connotazione delle nostre comunità cristiane che abbia questo gusto della vita, questo riappropriarsi della gioia del vivere reale, non quello che vorremmo o dovremmo essere. È questo l’humus che alla fine in qualche modo può produrre tutta questa grande ricchezza vocazionale, nel senso ampio del termine. Forse uscire proprio da questo intristimento cristiano, a volte delle nostre comunità, questo piagnisteo continuo, questa lamentela di cui Papa Francesco continuamente dice  che bisogna uscirne fuori, a piantarla se si vuole un attimino vivere e gioire...

Interventi in sala. E risposte.

-          Giuseppe: in questa società moderna molte volte ci ritroviamo di fronte a giovani, attualmente indicati come NEET ("Not in Education, Employment or Training”), cioè non studiano e non lavorano per loro volontà; ecco, come dobbiamo comportarci noi educatori di fronte a questi ragazzi come approccio ad una scelta di vita?

-          Risposta: non è semplice, certamente è una sfida molto grossa questa perché quando uno non sente più il desiderio, il bisogno di usare i talenti è chiaro che lì ci troviamo in una forma di alienazione molto profonda. La tua domanda mi fa venire in mente una pagina dell’autobiografia dell’Abbè Pierre; lui racconta in una mattina che era molto indaffarato, gli arriva uno che gli dice guarda ho bisogno di aiuto, sono appena uscito di galera, non ho casa, mi hanno rifiutato un aiuto, ecc. e lui gli disse: senti, io ho passato la notte dietro ad una famiglia scombinata, dove sono divisi, ...ho promesso di portare ad altre famiglie poverissime un aiuto, ho già speso tutto il mio stipendio di parlamentare, se vuoi darmi una mano,... però io non posso fare più niente per te; però se tu potessi farmi questa commissione potresti aiutarmi; e questa persona che era così disperata, senza prospettive, il fatto che uno gli chiedesse qualcosa da fare, disse va bene. E questo è diventato con gli anni uno dei più preziosi collaboratori dell’abbè Pierre: ha trovato il modo quella mattina di attivare in qualche modo quella persona facendole sentire che aveva qualcosa che poteva dare. Ecco penso che questa è la chiave, bisogna trovare quel modo per cui riusciamo a far sentire a questi giovani che hanno qualcosa da dare, che possono darlo loro. Il come, qui ci vuole la creatività e la fantasia; però se uno ha in mente questo, che è una vera forma di amare, il chiedere, credo che imbocca una pista che poi.... se troviamo qualcosa che effettivamente possa fare questa persona...perché non di rado noi abbiamo messo le cose in modo tale che siamo autosufficienti, che è il peccato peggiore nella bibbia; abbiamo creato una situazione per cui alla fine noi non abbiamo più bisogno degli altri. Allora è chiaro che poi uno dice “mi chiudo dentro il mio non studiare,non lavorare, non far nulla, vivere alla giornata, perché tanto che io esista o non esista non cambia niente.”; fintanto che poi questa situazione ti mangerà dentro e alla fine ti porterà anche al suicidio... Noi dovremmo riuscire a lavorare prima valorizzando, naturalmente non è semplice perché sappiamo quanto è difficile anche semplicemente chiedere  a uno “dammi una mano” perché anche a livello materiale, se sto mettendo a posto la casa, ho problema perché abbiamo costruito un mondo del lavoro dove devi avere tutte le assicurazioni..... diventa una cosa folle; è chiaro che solo pochi possono entrare a quelle condizioni.... per rendere possibile il dare una mano.
E anche a livello spirituale, religioso, io penso che ormai  noi per secoli ci presentavamo come una Chiesa che sapeva tutto,che aveva tutte le liturgie già belle e codificate, tutto previsto, si trattava solo di farlo; ma questo è veramente triste, noi bisognerebbe che ci presentassimo alle persone che sono ancora in cerca; noi ripetiamo delle cose che non sappiamo che cosa vogliono dire. Facciamo delle liturgie che sono delle noie terribili già per noi che le facciamo... bisognerebbe dire “ma tu come tradurresti oggi, non so, il Canone, mi dici quali parole  non capisci, come le ritradurresti; le nostre liturgie come le faresti per renderle un attimino più coinvolgenti, più interattive. Fare lo spettatore da una parte è comodo, dall’altra è noia, perché allora è meglio fare lo spettatore davanti alla TV... Noi non riusciamo ad essere competitivi con questi canali, noi facciamo delle cose che sono barbosissime. Allora per uscire fuori da questo abbiamo bisogno dei giovani; devo chiedere a un giovane come oggi tradurrebbe queste parole, questi gesti. Dobbiamo attivare quel tesoro, quelle risorse che hanno, se non altro come contributo; dobbiamo far sentire che abbiamo bisogno come Chiesa prima di tutto non di vocazione, abbiamo bisogno di persone che ci aiutino a capire il Vangelo. Ho una coppia di amici che hanno deciso di fare il loro viaggio di nozze anni fa in pellegrinaggio a piedi e in autostop a Gerusalemme; vi hanno dedicato nove mesi, si son o licenziati dal lavoro, hanno detto “nove mesi per partorire il nostro matrimonio...”
Quando sono tornati, intanto hanno capito nel giro di tre mesi che la vita insieme è un inferno se ciascuno dei due non cambia prospettiva...  Sono tornati e hanno detto “che cosa facciamo?”, sono andati a vivere in un quartiere malfamato della loro città, hanno affittato un appartamento per 4 soldi e hanno aderito ad un movimento internazionale ; hanno invitato la gente del posto ad andare una volta alla settimana un ora per leggere il Vangelo e chiedere loro come lo capiscono, lo spacciatore, il transessuale, la prostituta. Loro hanno cominciato con due o tre e nel giro di un anno si è formato un gruppetto di una decina di persone. Adesso stanno raccogliendo quello che è venuto fuori in questi 10 anni. Sono delle perle incredibili perché a volte veramente il Vangelo lo capiscono i peccatori, gli ultimi. Questo gruppetto pian piano si è affezionato, qualcuno ha provato a cambiar vita. Ma al di là di questo si sono sentiti che non erano fuori dalla Chiesa perché c’era una coppia di cristiani che li considerava una parte, magari dolente, problematica, ma della Chiesa, della comunità.
Si tratta da credere per davvero che ognuno ha qualcosa da dare in un modo o in un altro.